Quando i meeting diventano una prova da superare: la psicologia della Zoom Dysmorphia

Immaginiamo una situazione piuttosto comune.

Stiamo partecipando a una riunione di lavoro con svariati colleghi e colleghe. La videocamera è accesa da pochi minuti. A un certo punto notiamo qualcosa che non ci convince. Forse una ciocca di capelli fuori posto, la barba che sembra meno ordinata del solito, un’espressione che ci fa apparire più stanchi o una luce che accentua le occhiaie.

La reazione è quasi automatica.

Ci sistemiamo sulla sedia, incliniamo leggermente il monitor, tocchiamo i capelli o ci avviciniamo alla webcam per controllare meglio.

È come se non potessimo resistere all’impulso di “sistemare” il modo in cui la nostra immagine viene catturata dalla webcam. Infatti, la presenza costante della nostra immagine richiama spontaneamente l’attenzione verso il Sé.

Ma, perché quella piccola imperfezione diventa improvvisamente così importante?

Negli ultimi anni questo fenomeno ha attirato un crescente interesse nella letteratura scientifica, dando origine al termine Zoom Dysmorphia. Pur richiamando nel nome il Disturbo da Dismorfismo Corporeo, non rappresenta una nuova diagnosi clinica, bensì descrive la tendenza a monitorare e valutare con maggiore criticità il proprio aspetto durante videoconferenze e videochiamate.

Per comprendere questo fenomeno è utile chiederci che cosa accade alla nostra mente quando il nostro volto rimane costantemente davanti ai nostri occhi durante un’interazione sociale.

Infatti è questa la differenza sostanziale che introducono le videoconferenze. Non ci stiamo semplicemente osservando, come facciamo davanti allo specchio di casa. Ci stiamo osservando mentre interagiamo con altre persone. E questo attiva moltissimi meccanismi psicologici ed emotivi.

Il volto umano rappresenta uno degli stimoli più salienti per il nostro cervello. Da una prospettiva evoluzionistica, riconoscere rapidamente volti ed espressioni ha favorito la sopravvivenza della specie, permettendo di interpretare intenzioni, emozioni e possibili minacce. Per questo motivo il nostro sistema attentivo attribuisce ai volti una priorità particolare.

Ma nelle videoconferenze oltre ad osservare gli altri, osserviamo anche il nostro volto. E il nostro cervello continua spontaneamente a tornarci, anche quando stiamo cercando di concentrarci sulla conversazione.

È proprio questa disponibilità continua della self-view a rendere l’esperienza così diversa rispetto alle interazioni faccia a faccia.

Il costo emotivo della self-view

Quando la nostra immagine continua a richiamare l’attenzione, aumenta anche la probabilità che inizi un processo di monitoraggio.

Ci chiediamo se stiamo dando una buona impressione, se sembriamo stanchi, se il nostro volto appare professionale o se gli altri stanno notando quel dettaglio che a noi sembra così evidente.

Per molte persone questi pensieri rimangono occasionali.

Per altre, soprattutto in presenza di ansia sociale e timore del giudizio, possono diventare sempre più frequenti e invalidanti.

Siamo attenti a cosa diciamo, a come appariamo e a come rispondono gli altri. Con un notevole sovraccarico cognitivo.

Inoltre, nelle interazioni dal vivo il nostro sguardo si sposta naturalmente tra gli interlocutori, ma non possiamo vedere contemporaneamente il volto di tutti e, soprattutto, non possiamo vedere anche noi stessi.

Sul monitor, invece, siamo costantemente inseriti in una galleria di volti.

Questo può amplificare la sensazione di essere osservati e aumentare il livello di autoconsapevolezza durante l’interazione.

In alcune persone il disagio inizia persino prima della riunione. Controllano ripetutamente illuminazione, inquadratura, sfondo, postura o abbigliamento. La videoconferenza diventa così un evento anticipato con preoccupazione, alimentando l’ansia ancora prima che la comunicazione abbia inizio. Alcune persone arrivano a sperimentare veri e propri attacchi di panico, soprattutto quando gli standard che hanno interiorizzato sul modo in cui devono apparire e performare sono estremamente elevati.

Dal monitoraggio al confronto sociale

Più monitoriamo la nostra immagine, più essa acquisisce peso psicologico.

E quando qualcosa diventa psicologicamente importante, il nostro cervello tende spontaneamente a valutarlo. Ma difficilmente lo fa in modo assoluto: molto più spesso ricorre al confronto con gli altri.

Quasi senza rendercene conto, lo sguardo inizia a spostarsi da una finestra all’altra. Osserviamo il volto di chi sta parlando, poi il nostro, poi quello di un collega, per poi tornare nuovamente sulla nostra immagine. Confrontiamo l’illuminazione, la postura, l’espressione del viso o, più semplicemente, l’impressione generale che ciascuna persona trasmette.

Questo processo è noto in psicologia come confronto sociale. Come descritto da Leon Festinger, gli esseri umani tendono spontaneamente a utilizzare gli altri come punto di riferimento per valutare se stessi, soprattutto quando non esistono criteri oggettivi. Le videoconferenze sembrano offrire un contesto ideale per questo meccanismo: il nostro volto e quello di numerosi interlocutori sono contemporaneamente visibili sullo schermo, rendendo il confronto pressoché inevitabile.

Quando il controllo alimenta il problema

Di fronte al disagio, la risposta più spontanea è cercare di correggere ciò che ci preoccupa. Controlliamo più volte l’inquadratura, sistemiamo i capelli, modifichiamo la postura o l’illuminazione, nel tentativo di apparire più adeguati.

Questi comportamenti producono spesso un sollievo momentaneo, ma rischiano di alimentare un circolo vizioso. Ogni nuovo controllo comunica implicitamente al cervello che esiste davvero qualcosa di problematico da monitorare. Di conseguenza, l’attenzione verso il proprio aspetto aumenta, così come il bisogno di verificare nuovamente la propria immagine.

Questo meccanismo può essere particolarmente intenso nelle persone con tratti perfezionistici. Quando gli standard interiorizzati sul proprio aspetto o sulla propria performance sono estremamente elevati, ogni videoconferenza può trasformarsi in una prova da superare. L’obiettivo non è più comunicare efficacemente, ma apparire impeccabili. In questo modo l’attenzione si sposta progressivamente dalla relazione al controllo della propria immagine, aumentando ansia, autocritica e senso di inadeguatezza.

Paradossalmente, il continuo monitoraggio della propria immagine rischia di sottrarre risorse attentive proprio a ciò che conta davvero: ascoltare, ragionare e comunicare efficacemente. In questo modo il timore di apparire inadeguati può finire per compromettere realmente la performance, alimentando una profezia che tende ad autoavverarsi e aumentando l’ansia in vista dell’incontro successivo.

Le videoconferenze, tuttavia, non rappresentano un problema da eliminare. Al contrario, hanno rivoluzionato il modo in cui lavoriamo, studiamo e ci prendiamo cura degli altri. Oggi consentono a milioni di persone di partecipare a riunioni, seguire corsi universitari, svolgere colloqui, ricevere assistenza sanitaria o effettuare percorsi di psicoterapia indipendentemente dalla distanza geografica.

Per molte professioni e per molte persone rappresentano ormai uno strumento indispensabile.

L’obiettivo, quindi, non dovrebbe essere evitare le videochiamate, ma imparare a utilizzarle senza che il monitoraggio della propria immagine diventi il protagonista dell’interazione.

Come può aiutare la psicoterapia cognitivo-comportamentale?

La buona notizia è che la Zoom Dysmorphia non richiede interventi completamente nuovi. I meccanismi che la caratterizzano – attenzione selettiva, monitoraggio del Sé, timore del giudizio, confronto sociale e comportamenti di controllo – sono ben conosciuti dalla psicoterapia cognitivo-comportamentale, che dispone già di strumenti efficaci per affrontarli.

Un primo obiettivo consiste nell’identificare i pensieri automatici che emergono durante le videoconferenze, come “Tutti noteranno questo difetto”, “Sembro poco professionale” o “Farò una cattiva impressione”. Attraverso la ristrutturazione cognitiva, questi pensieri vengono messi in discussione e sostituiti con interpretazioni più realistiche e funzionali. Le tecniche di defusione possono inoltre aiutare ad osservare con maggiore distanza quella voce critica che tende a commentare continuamente il nostro aspetto e la nostra prestazione, senza lasciarsene guidare.

Le tecniche di rilassamento e le tecniche di mindfulness e di grounding consentono un allentamento della tensione e una rifocalizzazione sul contenuto del meeting.

Parallelamente, il trattamento interviene sui comportamenti che mantengono il problema. Ridurre i controlli ripetuti della propria immagine, evitare di correggere continuamente postura, capelli o inquadratura e limitare il monitoraggio della finestra della self-view permette di interrompere quel circolo vizioso in cui il controllo riduce momentaneamente l’ansia, ma finisce per rafforzarla nel lungo periodo.

Anche le tecniche di esposizione rivestono un ruolo importante. Esporsi gradualmente alle videoconferenze senza ricorrere ai consueti comportamenti di sicurezza consente di sperimentare che il giudizio degli altri è spesso molto meno severo di quanto immaginato e che è possibile tollerare l’incertezza senza ricorrere a controlli continui.

Infine, un aspetto centrale del percorso terapeutico consiste nel riportare l’attenzione sul vero obiettivo della comunicazione. Una riunione, una lezione o una seduta online non sono una prova estetica, ma un’occasione di scambio, collaborazione e relazione. Imparare a spostare il focus dal controllo della propria immagine al contenuto dell’interazione rappresenta uno dei cambiamenti più importanti per ridurre il disagio e vivere le videoconferenze con maggiore serenità.

In alcuni casi non è necessario eliminare completamente il disagio, ma imparare a fare spazio a una certa quota di imperfezione. Accettare che il proprio volto possa apparire diverso da un giorno all’altro, o che non sia possibile controllare ogni dettaglio della propria immagine, permette di interrompere la continua ricerca della perfezione e di tornare a investire energie nella relazione con gli altri piuttosto che nel giudizio su sé stessi.

Conclusioni

Le videoconferenze non ci mostrano semplicemente il nostro volto. Ci espongono a una forma di autoconsapevolezza continua che, in alcune persone, può trasformarsi in monitoraggio, confronto sociale e autocritica. Comprendere questi meccanismi significa utilizzare la tecnologia con maggiore consapevolezza, senza rinunciare ai suoi vantaggi ma evitando che diventi uno strumento attraverso cui giudicare continuamente noi stessi. In fondo, quando una riunione termina, le persone ricordano molto più facilmente ciò che abbiamo comunicato, le idee che abbiamo espresso e la qualità della relazione costruita, piuttosto che la posizione della webcam o quella piccola imperfezione che, per tutta la durata dell’incontro, ci era sembrata impossibile da ignorare.

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