
Quante volte ti è capitato di prendere il telefono “solo per un attimo” e ritrovarti un’ora dopo ancora a scorrere contenuti?
Magari stavi aspettando qualcuno, eri stanco dopo una giornata di lavoro oppure volevi semplicemente distrarti per qualche minuto. Apri Instagram, TikTok o Facebook quasi senza pensarci. Un video tira l’altro, poi arriva una notifica, poi un contenuto interessante.
E senza accorgertene il tempo passa.
Per molte persone i social media sono diventati una presenza costante nella vita quotidiana. Si controllano appena svegli, durante le pause della giornata e molto spesso prima di dormire. A volte li utilizziamo per informarci, altre per trovare idee e ispirazioni: una nuova ricetta, una serie da guardare, un viaggio da organizzare.
In altri momenti invece diventano semplicemente un modo per staccare la mente, allontanarsi per qualche minuto dai pensieri della giornata o riempire momenti di noia.
Oggi quasi tutti hanno uno o più profili social e per molte persone non utilizzarli significherebbe sentirsi tagliati fuori dalle conversazioni, non capire certe battute, perdere riferimenti che ormai fanno parte della cultura quotidiana.
Eppure dietro questa apparente normalità si nasconde un aspetto meno evidente.
I social media non sono progettati soltanto per comunicare. Sono progettati per trattenere l’attenzione il più a lungo possibile. Lo scrolling infinito, le notifiche, i like e i nuovi contenuti attivano continuamente il circuito della ricompensa del cervello, rendendo sempre più difficile interrompere la navigazione.
Nel tempo questo meccanismo può influenzare il modo in cui utilizziamo le piattaforme, incidendo sulla nostra attenzione, sulla motivazione e sul modo in cui percepiamo noi stessi.
Inoltre i social mostrano spesso una realtà filtrata e idealizzata. Esporsi continuamente alla vita degli altri può favorire il confronto sociale, abbassare l’autostima e aumentare stati di ansia. In molti casi entra in gioco anche un fenomeno molto diffuso chiamato FoMO, la paura di essere esclusi da ciò che gli altri stanno vivendo.
Non sorprende quindi che negli ultimi anni la ricerca scientifica abbia iniziato a interrogarsi su un fenomeno sempre più discusso: la dipendenza dai social media, spesso definita nella letteratura come uso problematico dei social media.
Ma quando l’uso dei social smette di essere una semplice abitudine e inizia a diventare un problema?
Cos’è la dipendenza dai social media
Gli studi scientifici descrivono la dipendenza dai social come una forma di dipendenza comportamentale, cioè un comportamento che attiva gli stessi circuiti psicologici delle altre dipendenze pur non coinvolgendo sostanze.
In molti lavori viene definita come una preoccupazione eccessiva per i social media accompagnata da un impulso difficile da controllare a utilizzare queste piattaforme e dalla tendenza a dedicarvi così tanto tempo da compromettere altre aree importanti della vita quotidiana.
Per questo motivo molti ricercatori preferiscono utilizzare l’espressione problematic social media use, cioè uso problematico dei social media. Il fenomeno non è ancora classificato come disturbo nei manuali diagnostici, ma numerosi studi mostrano chiaramente che può avere conseguenze significative sul benessere psicologico.
Il ruolo della FoMO: la paura di essere esclusi
Uno dei fenomeni più studiati nella psicologia dei social media è la Fear of Missing Out (FoMO), letteralmente la paura di essere esclusi da esperienze sociali gratificanti vissute da altre persone (di cui ho già parlato in un precedente articolo: https://psicologaangelaperrone.com/2025/06/17/ti-sembra-che-la-vita-degli-altri-sia-migliore-forse-e-solo-fomo/).
Molte persone aprono i social non tanto per reale interesse, ma per il timore di perdersi qualcosa: una festa, una conversazione, una notizia importante o un evento a cui tutti sembrano partecipare.
I social diventano così una finestra costante sulla vita degli altri. Ma questa finestra mostra una realtà selezionata e costruita: momenti felici, successi, viaggi, relazioni apparentemente perfette.
Di fronte a questo flusso continuo di immagini curate è facile iniziare a sentirsi indietro, meno interessanti o meno soddisfatti della propria vita.
Si crea così un circolo vizioso: più cresce la paura di essere esclusi, più si sente il bisogno di controllare i social. Ma più tempo si passa ad osservare la vita degli altri, più aumenta il confronto sociale e il senso di inadeguatezza.
I fattori che mantengono la dipendenza dai social
L’uso problematico dei social media raramente dipende da un solo fattore. Nella maggior parte dei casi è il risultato di diversi meccanismi psicologici che si rinforzano a vicenda.
Uno dei più potenti è il confronto sociale. I social espongono continuamente le persone a immagini idealizzate della vita degli altri, e questo può modificare il modo in cui una persona percepisce sè stessa. Nel tempo il confronto può portare a sentirsi meno realizzati, meno felici o meno interessanti degli altri.
Un secondo fattore riguarda il bisogno di approvazione sociale. Like, commenti e visualizzazioni funzionano come piccoli segnali di riconoscimento. In alcune persone questi feedback possono diventare indicatori impliciti di valore personale, aumentando il bisogno di controllare costantemente le piattaforme.
Infine i social possono diventare una forma di regolazione emotiva. Quando una persona si sente stressata, annoiata o sola, aprire i social può offrire una distrazione immediata. Il problema è che questo sollievo è spesso temporaneo e può rinforzare l’abitudine di utilizzare il telefono ogni volta che emerge un’emozione spiacevole.
Effetti sulla vita sociale
Uno degli effetti più studiati dell’uso problematico dei social riguarda le relazioni interpersonali.
Sebbene le piattaforme digitali nascano per facilitare le connessioni tra le persone, diversi studi mostrano che chi trascorre molto tempo sui social può sperimentare livelli più elevati di solitudine, ansia e insoddisfazione nelle relazioni.
Questo accade perché le interazioni online raramente sostituiscono la profondità delle relazioni faccia a faccia. Inoltre l’esposizione continua alla vita degli altri può alimentare il confronto sociale e la percezione che la propria vita sia meno soddisfacente.
Nel tempo alcune persone finiscono per investire sempre più energie nella dimensione digitale, riducendo involontariamente le occasioni di incontro e di relazione nel mondo reale.
Effetti sulle funzioni esecutive e sull’attenzione
Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a studiare anche l’impatto dei social media sulle funzioni esecutive, cioè quei processi cognitivi che permettono di pianificare, mantenere l’attenzione, controllare gli impulsi e prendere decisioni efficaci.
Le piattaforme social sono costruite su stimoli brevi e rapidi: notifiche, video brevi, nuovi contenuti ogni pochi secondi. Questa modalità di fruizione favorisce una forma di attenzione frammentata, in cui il cervello passa continuamente da uno stimolo all’altro.
Nel lungo periodo questo può rendere più difficile mantenere la concentrazione su attività che richiedono uno sforzo mentale prolungato, come studiare, lavorare su un progetto complesso o leggere un testo impegnativo.

Quando può essere utile chiedere aiuto
Se senti che l’uso dei social sta iniziando a influenzare la tua concentrazione, le relazioni o il tuo benessere psicologico, non è qualcosa che devi gestire da solo/a.
Molte persone arrivano in psicoterapia proprio con questa sensazione:
“So che mi fa perdere tempo e mi fa stare peggio… ma non riesco a smettere”.
Questo accade perché non è solo una questione di forza di volontà.
Dietro lo scrolling compulsivo ci sono meccanismi psicologici precisi: abitudini automatiche, regolazione emotiva, bisogno di approvazione, difficoltà a tollerare alcune emozioni.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale aiuta a lavorare su questi meccanismi, permettendo di interrompere i comportamenti automatici, recuperare concentrazione e gestire in modo più efficace stress, noia e confronto sociale.
Nel mio lavoro aiuto persone che si sentono “incastrate” in abitudini come questa a riprendere il controllo del proprio tempo, migliorare la concentrazione e ridurre ansia e senso di inadeguatezza.
Mi occupo anche di tecnodipendenze, lavorando sul rapporto con social media, attenzione e gestione dell’uso della tecnologia.
Il punto non è eliminare i social, ma tornare a scegliere quando e come usarli, invece di subirli in modo automatico.
Se ti sei riconosciuto/a in queste situazioni, puoi contattarmi per fissare un primo colloquio.
Lavoreremo insieme per aiutarti a riprendere il controllo del tuo tempo, della tua attenzione e del tuo rapporto con la tecnologia.
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