
Il periodo delle festività, per me, è spesso fonte di conflitto interno.
È l’unico momento dell’anno in cui posso fermarmi per qualche giorno in più e in cui le mie ferie coincidono con quelle di mio marito, il cui lavoro segue il calendario delle festività statunitensi. Ma è anche l’unico periodo in cui posso dedicare più tempo alla mia famiglia d’origine, da cui vivo lontana ormai da quindici anni.
In questi quindici anni sono cambiate molte cose: ho perso la mia cagnolona, sono nati i miei nipotini, i miei genitori stanno invecchiando, ho perso l’unica nonna che era ancora in vita. Allo stesso tempo, ho vissuto esperienze che mi hanno trasformata profondamente e che mi hanno permesso di entrare in contatto con parti di me che, probabilmente, non sarebbero potute emergere in una città che allora percepivo come soffocante.
Nella mia attuale città ho costruito legami forti, una famiglia con cui non condivido il sangue, ma la vita. Ed è proprio durante le festività che questo equilibrio viene scosso da una domanda ricorrente:
Uso questo tempo per nutrire la mia vita attuale o per stare con la mia famiglia d’origine?
Come me, molte persone si ritrovano intrappolate in questo dilemma.
Essere fuorisede comporta numerose complessità, ma una delle più delicate riguarda proprio le festività e i momenti di pausa. È come restare in bilico. Vorresti avere il teletrasporto di Goku per poter essere ovunque, senza rinunciare a nulla: alla famiglia d’origine e, allo stesso tempo, alla tua vita presente.
Perché se ogni volta che puoi fermarti utilizzi tempo ed energie – e, diciamolo, anche risorse economiche – per tornare “a casa”, allora rinunci a viaggiare, a riposarti davvero, a investire nella tua casa, nelle relazioni e nella quotidianità che hai costruito altrove.
Dall’altra parte, però, la famiglia d’origine è lì che aspetta. Nutre aspettative, spesso profonde. E se non ci si vede in quei pochi momenti dell’anno, diventa difficile immaginare quando farlo.
Così ti senti sospesə.
Sai che deluderai qualcuno.
Sai che perderai qualcosa.
Se leggendo queste parole ti riconosci, questo articolo è per te.
Quando le festività non sono leggere
Per alcune persone le festività rappresentano un momento di pausa, leggerezza e condivisione.
Per altre, invece, diventano un periodo carico di tensione emotiva, malinconia e ansia (https://psicologaangelaperrone.com/2025/12/15/depressione-natalizia-perche-a-natale-ci-sentiamo-piu-tristi/).
Chi vive lontano dalla propria terra, dalla famiglia d’origine e dalle radici affettive conosce bene questo vissuto. Le festività rendono più visibile un conflitto che durante l’anno resta sullo sfondo: quello tra ciò che siamo diventatə e ciò che siamo statə per molto tempo.
La domanda, spesso non detta ma molto presente, è sempre la stessa: tornare o restare?
Il dilemma delle feste: tornare o restare
Da una parte c’è il richiamo della famiglia:
il desiderio – o il dovere percepito – di esserci, la consapevolezza che durante l’anno le occasioni per vedersi con calma sono poche, la paura di deludere o di essere giudicatə egoistə.
Dall’altra parte c’è la vita attuale:
il bisogno di un riposo autentico, il desiderio di coltivare relazioni significative nella nuova città, la necessità di sentirsi radicatə nel presente e non solo nel passato.
È proprio in questo spazio di tensione che il senso di colpa prende forza.
Il senso di colpa del fuorisede: un conflitto senza vincitori
Molte persone descrivono questa esperienza come un vero e proprio vicolo cieco emotivo.
Se torno dalla mia famiglia, rinuncio a usare questo tempo per me, per riposarmi, per nutrire i legami che sto costruendo ora.
Se non torno, mi sento in colpa, ingrata, distante, “sbagliata”.
Qualunque scelta sembra comportare una perdita.
Qualunque decisione lascia uno strascico emotivo.
Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, questo conflitto è spesso sostenuto da pensieri rigidi e dicotomici, come:
- “Se non torno, vuol dire che non tengo alla mia famiglia”
- “Una brava figlia o un bravo figlio torna sempre”
- “Pensare a me stessə è egoismo”
Ma non si tratta solo di pensieri. A rendere tutto più intenso sono spesso reazioni emotive profonde, legate all’attivazione di schemi relazionali antichi.
Tornare a casa significa spesso tornare negli schemi
Tornare nella famiglia d’origine significa, molto spesso, tornare nel luogo in cui si sono formati molti dei nostri schemi emotivi.
Secondo la Schema Therapy, gli schemi maladattivi precoci si sviluppano in infanzia e adolescenza, spesso all’interno delle relazioni significative, a partire dalla frustrazione di bisogni emotivi fondamentali come il riconoscimento, l’affetto incondizionato, l’appartenenza, la comprensione empatica.
Il senso di colpa, ad esempio, può affondare le radici in un’idea interiorizzata di amore condizionato:
“Sono amato solo se faccio ciò che ci si aspetta da me.”
In questo modo si intrecciano paura dell’abbandono, timore del giudizio e una colpa che nasce su due fronti: da un lato per non aderire alle aspettative altrui, dall’altro per tradire ciò che sentiamo autentico per noi.
Quando costruiamo relazioni significative lontano dalla famiglia d’origine, questa frattura può diventare ancora più dolorosa. Il senso di colpa per non fare ciò che i genitori desiderano si intreccia con quello per aver “abbandonato” – o temere di dover abbandonare – la vita che stiamo creando altrove.
In altri casi, la colpa nasce dall’aver interiorizzato modelli genitoriali molto rigidi, basati su idee come “bisogna sacrificarsi per la famiglia” o “amare significa rinunciare a sé”. In questi contesti, sentirsi il figlio o la figlia “sbagliata” diventa quasi automatico.
Razionalmente sappiamo che queste equazioni non funzionano.
Emotivamente, però, restiamo intrappolatə in un circolo di insoddisfazione, frustrazione e malessere.
ACT e la domanda che conta davvero
Dal punto di vista dell’ACT, la questione non è trovare la scelta giusta, ma chiedersi:
quale scelta è più coerente con i miei valori, oggi?
I valori indicano la direzione della nostra vita e rispondono a una domanda più profonda: che tipo di persona voglio essere, in questo momento della mia storia?
Quando valori diversi entrano in conflitto – appartenenza, cura, autonomia, autenticità – il senso di colpa tende ad alzare la voce. Ma il senso di colpa non è un’emozione da eliminare a tutti i costi: è un’esperienza da riconoscere, senza lasciarle il volante.
Può essere presente sia tornando sia restando.
Non dovrebbe però diventare l’unico criterio decisionale.
Tollerare l’ambivalenza senza esaurirsi
Non esiste una soluzione valida per tuttə.
A volte tornare è la scelta più nutriente.
Altre volte lo è restare.
Spesso il vero lavoro psicologico è imparare a tollerare l’ambivalenza senza colpevolizzarsi: uscire dall’idea che esista una scelta giusta e una sbagliata, riconoscere che le relazioni adulte non si misurano solo in giorni di presenza, accettare che crescere significa ridefinire i legami, non romperli.
In terapia lavoriamo molto sulla capacità di restare nel momento presente. Qualunque scelta venga fatta, è possibile allenarsi a viverla pienamente, senza lasciarsi trascinare via dai pensieri su ciò che “si sarebbe potuto fare”.
Spesso ci concentriamo solo su ciò che perdiamo.
Più raramente portiamo attenzione a ciò che stiamo guadagnando: spazio per noi, riposo autentico, oppure il calore della famiglia d’origine.
La serenità, molte volte, nasce proprio da qui: accettare che non possiamo avere tutto, ma che possiamo assaporare appieno ciò che scegliamo.
Quando il senso di colpa diventa un segnale clinico
Se le festività sono accompagnate da forte ansia, rimuginio costante, senso di dovere schiacciante, difficoltà decisionali ed esaurimento emotivo prima e dopo le feste, il senso di colpa potrebbe essere il segnale di schemi profondi o di regole interiori molto rigide.
In questi casi, la psicoterapia cognitivo-comportamentale può aiutare a distinguere tra valori autentici ed aspettative interiorizzate, lavorare sui pensieri automatici disfunzionali, modificare schemi relazionali antichi e imparare a fare spazio alle emozioni senza esserne dominatə.
Le festività come occasione, non come obbligo
Le feste non devono per forza essere un momento felice.
Possono però diventare un’occasione di maggiore consapevolezza e gentilezza verso di sé.
Essere fuorisede significa vivere una doppia appartenenza.
Imparare a stare in questo spazio intermedio, senza colpa, è uno dei passaggi più delicati – e più maturi – della vita adulta.
In questi quindici anni lontana dalla mia terra d’origine ho amato, ho perso, ho demolito e costruito. Oggi so che le radici non sono un luogo geografico: sono qualcosa che portiamo dentro.
Ogni scelta comporta una perdita, ma anche un guadagno.
Deluderemo qualcuno, ma renderemo felice qualcun altrə.
Tutto dipende da dove scegliamo di portare attenzione.
In una società che ci spinge ad avere fretta e ad ottenere tutto il prima possibile, rallentare, accettare e assaporare il presente che abbiamo scelto, con consapevolezza, è spesso il gesto più rivoluzionario che possiamo fare.
Se ti interessa questo tema leggi il mio articolo precedente sulla sindrome di Ulisse e sui vissuti psicologici di chi vive lontano dalla propria terra, dalla famiglia d’orgine e dalle radici affettive (https://psicologaangelaperrone.com/2020/03/19/la-sindrome-di-ulisse-e-i-vissuti-degli-italiani-allestero/).