
Scopri cos’è l’insonnia, come funziona il sonno, il ruolo della melatonina e dei ritmi circadiani e perché la terapia cognitivo-comportamentale è il trattamento più efficace.
L’insonnia è uno dei disturbi più diffusi nella popolazione adulta e una delle principali cause di riduzione della qualità della vita. Spesso viene descritta come un semplice problema di “difficoltà a dormire”, ma in realtà è una condizione complessa che coinvolge processi biologici, psicologici e comportamentali profondamente interconnessi. Per comprendere davvero che cos’è l’insonnia e perché la psicoterapia cognitivo-comportamentale rappresenta oggi il trattamento di prima scelta, è necessario partire dal funzionamento fisiologico del sonno.
Il sonno non è uno stato passivo, ma un processo attivo fondamentale per la salute
Per molto tempo si è pensato che dormire significasse semplicemente “spegnere” il cervello. Oggi sappiamo che il sonno è un processo attivo e altamente organizzato, durante il quale l’organismo svolge funzioni indispensabili per la sopravvivenza. Nel corso del riposo notturno avvengono la riparazione dei tessuti, la regolazione ormonale, il consolidamento della memoria, il riequilibrio del sistema immunitario e l’elaborazione delle informazioni emotive.
L’essere umano trascorre circa un terzo della propria vita dormendo. Questo dato, da solo, è sufficiente per comprendere quanto il sonno sia centrale per il benessere psicofisico.
I meccanismi che regolano il sonno: omeostasi e ritmo circadiano
Il sonno è regolato dall’interazione di due grandi sistemi biologici. Il primo è il meccanismo omeostatico, che determina il bisogno di dormire. Durante le ore di veglia si accumulano nel cervello sostanze che aumentano progressivamente la pressione del sonno. Più a lungo si rimane svegli, più cresce il bisogno fisiologico di dormire. Quando questo meccanismo viene cronicamente forzato, ad esempio da ritmi di vita frenetici, turni di lavoro irregolari o uso eccessivo di stimolanti, si crea un debito di sonno con ricadute significative su attenzione, memoria, umore e salute generale.
Il secondo grande regolatore è il ritmo circadiano, cioè il nostro orologio biologico interno. Questo sistema sincronizza l’organismo con l’alternanza giorno-notte e regola non solo il sonno, ma anche temperatura corporea, pressione sanguigna, stato di vigilanza e secrezione ormonale. I ritmi circadiani sono in parte geneticamente programmati e in parte modellati dalle abitudini di vita. Da qui nascono le differenze individuali tra persone mattiniere e persone più attive nelle ore serali.
Melatonina e luce: perché gli schermi disturbano il sonno
Il principale mediatore chimico del ritmo sonno-veglia è la melatonina, un ormone prodotto dalla ghiandola pineale. La sua secrezione è direttamente influenzata dalla luce: lo stimolo luminoso inibisce la produzione di melatonina, mentre il buio ne favorisce il rilascio. Per questo motivo la melatonina inizia ad aumentare nelle prime ore serali, raggiunge il picco nel cuore della notte e diminuisce con l’arrivo del mattino.
Nei primi mesi di vita i livelli di melatonina sono bassi e poco differenziati tra giorno e notte; aumentano progressivamente con la crescita e tendono a ridursi con l’età. L’esposizione serale alla luce artificiale, in particolare alla luce blu emessa da smartphone, computer e televisori, interferisce con la secrezione di melatonina e può ritardare l’addormentamento, frammentare il sonno e favorire l’insonnia.
Le fasi del sonno: come si organizza una notte “normale”
Il sonno non è tutto uguale. È organizzato in cicli della durata media di 90–120 minuti che si ripetono più volte nell’arco della notte. Ogni ciclo comprende fasi diverse, caratterizzate da differenti livelli di attività cerebrale e corporea.
L’addormentamento rappresenta una fase di transizione tra veglia e sonno, in cui il tono muscolare si riduce e l’attività cerebrale rallenta. Segue il sonno leggero, durante il quale la coscienza si attenua e il cervello inizia a elaborare le informazioni della giornata. Successivamente si entra nel sonno profondo, caratterizzato da onde cerebrali lente, ridotta sensibilità agli stimoli esterni e massima attività di recupero fisico. In questa fase l’organismo ripara muscoli e tessuti, sostiene il sistema immunitario e accumula energia per il giorno successivo.
Dopo il sonno profondo compare la fase REM, in cui l’attività cerebrale torna intensa, gli occhi si muovono rapidamente e il tono muscolare è quasi assente. È in questo momento che si manifesta la maggior parte dei sogni e che il cervello consolida le informazioni apprese durante la veglia. Nelle prime ore della notte prevale il sonno profondo, mentre verso il mattino aumentano i periodi REM. Questo spiega perché il ricordo dei sogni è più frequente nelle ultime ore del sonno.
Quanto bisogna dormire davvero? La quantità conta meno della qualità
Una delle domande più frequenti riguarda il numero di ore “giuste” di sonno. In realtà il fabbisogno varia significativamente nel corso della vita e da persona a persona. Nei primi anni di vita il sonno è molto abbondante, mentre con l’avanzare dell’età la durata complessiva tende a ridursi. Dopo i cinquant’anni si osserva una diminuzione progressiva del tempo totale di sonno e una riduzione marcata del sonno profondo, legata anche alla minore secrezione dell’ormone della crescita.
Tuttavia, il vero elemento cruciale non è il numero di ore dormite, ma la qualità del sonno. Nell’anziano, ad esempio, il problema principale non è tanto dormire meno, quanto dormire in modo più frammentato e meno ristoratore. Al contrario, chi mantiene una buona salute fisica, un’elevata attivazione mentale e una vita ricca di interessi tende a preservare una buona qualità del sonno anche in età avanzata.
Non esiste dunque una durata “standard” del sonno valida per tutte le persone. Il criterio più affidabile resta la sensazione soggettiva di recupero al risveglio.
Che cos’è l’insonnia e perché si mantiene nel tempo
L’insonnia non è semplicemente la mancanza di sonno né coincide con il dormire poche ore. È un disturbo della regolazione del sonno, in cui si altera l’equilibrio tra i meccanismi biologici che ne permettono l’insorgenza e il mantenimento. Può manifestarsi con difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti durante la notte, risvegli troppo precoci al mattino oppure con la sensazione di un sonno non ristoratore, anche quando la durata complessiva non risulta particolarmente ridotta.
Una delle caratteristiche fondamentali dell’insonnia è che il problema non è limitato alla notte. Il disturbo coinvolge anche la giornata successiva, con stanchezza persistente, ridotta concentrazione, irritabilità, calo dell’energia, aumento dell’ansia e peggioramento della qualità della vita. In questo senso l’insonnia non è solo un disturbo del sonno, ma una condizione che interferisce con il funzionamento globale della persona.
Dal punto di vista dei meccanismi di mantenimento, nell’insonnia si osserva una condizione di iperattivazione psicofisiologica. Chi ne soffre tende a vivere il momento del sonno con uno stato di allerta anziché di rilassamento. Il letto, che dovrebbe essere associato al riposo, diventa progressivamente un luogo carico di tensione, aspettativa e timore di “non riuscire a dormire”. Il corpo è stanco, ma la mente è vigile, iperattiva, occupata da pensieri anticipatori, rimuginazioni, controlli continui dell’orologio e valutazioni sulle conseguenze della notte insonne.
A questo stato di iperattivazione si associano spesso comportamenti che, nel tentativo di proteggersi dalla stanchezza, finiscono per mantenere il problema e ridurre la pressione fisiologica del sonno, rinforzando involontariamente l’insonnia. Tra questi vi sono l’andare a letto molto presto, il restare a lungo nel letto anche da svegli, i sonnellini diurni prolungati, l’uso del letto per attività non legate al dormire e l’eccessivo monitoraggio del proprio sonno.
Nel tempo si instaura così un vero e proprio circolo vizioso: la paura di non dormire aumenta l’attivazione, l’attivazione ostacola il sonno, la notte difficile conferma la paura e rinforza le strategie disfunzionali. Anche quando l’evento iniziale che ha scatenato l’insonnia non è più presente, il disturbo può continuare a mantenersi autonomamente proprio attraverso questi meccanismi.
Comprendere l’insonnia in questo modo è fondamentale, perché permette di superare l’idea che il problema risieda esclusivamente nel “non dormire” e di riconoscere invece che il disturbo è sostenuto da un’interazione complessa tra fattori biologici, cognitivi, emotivi e comportamentali. È proprio su questi meccanismi che la psicoterapia cognitivo-comportamentale interviene in modo mirato ed efficace.
Perché la terapia cognitivo-comportamentale è il trattamento d’elezione per l’insonnia
Le principali linee guida internazionali concordano oggi su un punto fondamentale: la psicoterapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia, nota come CBT-I, rappresenta il trattamento di prima scelta.
A differenza dell’approccio esclusivamente farmacologico, la CBT-I non si limita a “indurre” il sonno, ma lavora sui meccanismi che lo mantengono nel tempo. Interviene sia sui fattori cognitivi, come le credenze disfunzionali sul sonno, il timore di non dormire e l’auto-monitoraggio costante, sia sui fattori comportamentali, come le abitudini scorrette, i sonnellini diurni, l’uso improprio del letto e dei dispositivi elettronici.
La CBT-I agisce anche sul livello di attivazione fisiologica attraverso tecniche di rilassamento, di regolazione dell’arousal e di ristrutturazione delle routine sonno-veglia. Numerosi studi hanno dimostrato che questo approccio è efficace sia nel breve sia nel lungo termine, con risultati stabili nel tempo e senza gli effetti collaterali tipici dei farmaci ipnotici.
Inoltre, la terapia cognitivo-comportamentale consente alla persona di recuperare un senso di controllo sul proprio sonno, interrompendo il circolo vizioso tra paura di dormire, iperattivazione e insonnia.
Dormire bene si può, se si interviene sui giusti meccanismi
Il sonno è un processo complesso, regolato da sofisticati meccanismi biologici e profondamente influenzato dai fattori psicologici e comportamentali. L’insonnia nasce quando questi equilibri si alterano e tende a mantenersi nel tempo attraverso circoli viziosi di attivazione, controllo e preoccupazione.
Comprendere il funzionamento del sonno, il ruolo della melatonina, dei ritmi circadiani e delle diverse fasi del riposo notturno è fondamentale per potersi prendere cura in modo efficace del disturbo. Oggi sappiamo con chiarezza che la psicoterapia cognitivo-comportamentale rappresenta il trattamento più efficace e duraturo per l’insonnia, perché interviene direttamente sui meccanismi che la mantengono.
Dormire bene non significa solo dormire “di più”, ma recuperare un sonno stabile, profondo e realmente ristoratore. E questo, nella maggior parte dei casi, è un obiettivo concretamente raggiungibile con un trattamento psicologico mirato.
Se la difficoltà a dormire dura da settimane, se il sonno è frammentato, non ristoratore o accompagnato da stanchezza, ansia, irritabilità o difficoltà di concentrazione, è importante non rimandare. L’insonnia può essere trattata in modo efficace con un percorso psicologico mirato, senza ricorrere necessariamente ai farmaci.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia consente di intervenire sui meccanismi che mantengono il disturbo e, nella maggior parte dei casi, il trattamento si sviluppa in un numero limitato di incontri, costruiti su misura sulle esigenze della persona.
Puoi richiedere una prima valutazione clinica per comprendere se questo percorso è adatto alla tua situazione e quali risultati puoi realisticamente aspettarti.
Puoi scrivermi per fissare un primo colloquio.