Il lutto negato: il dolore per la perdita di un animale

La casa sembra improvvisamente vuota.
La cuccia non accoglie più nessuno, le ciotole sono rimaste lì, ferme, silenziose.
Non senti più le sue zampette che ti seguono in ogni stanza.

Mangi qualcosa di cui era goloso, ma non puoi più condividerlo con lui.
Fatichi ad addormentarti senza il suono del suo respiro, senza il calore del suo corpo accanto al tuo.

Vivere il lutto per un animale domestico può essere un’esperienza devastante ed elicitare tutte le emozioni scatenate dalla perdita di una persona cara. Purtroppo però il lutto per un animale viene troppo spesso ignorato, minimizzato, negato.

 “È solo un animale”, “Non sei normale”, “Dovresti pensarci meno”, “Esageri”, “Prendi subito un altro cane/gatto così non ci pensi più!”.

Spesso chi soffre per la perdita del proprio animale domestico si sente dire queste frasi dalle persone che lo/a circondano. Parole che feriscono profondamente, e che possono far insorgere dei sentimenti di vergogna e inadeguatezza, proprio quando avremmo bisogno di comprensione e accoglienza. Inevitabilmente ci si trova soli, non ci si sente compresi e tendiamo ad isolarci piuttosto che sentire le critiche su come (non) dovremmo vivere il nostro dolore. Un esito forse peggiore è quando ci lasciamo condizionare da queste affermazioni, finendo per invalidare noi stessi il nostro importante dolore.

Per questo ho scelto di chiamare questo articolo Il lutto negato. Perché troppe persone vivono questo dolore nel silenzio, con vergogna, come se fosse sbagliato sentire tanto per qualcuno che “non era umano”. E invece, come dimostrano anche numerosi studi, il legame che creiamo con un animale domestico (o anche non domestico, ad esempio con un cavallo) può essere estremamente intenso e rappresentare tutte le caratteristiche di un legame di attaccamento (Zilcha-Mano et coll., 2011).

La relazione con un animale è qualcosa di profondamente autentico.
Non è mediata dalle convenzioni sociali, né dalla paura del giudizio. È fatta di istinto, di presenza, di emozioni nude e genuine.

In una società che sempre di più punta sull’individualismo, sull’apparenza e che disincentiva le relazioni autentiche tra persone, l’amore per un animale può rappresentare una meravigliosa risorsa.

Come scritto in articoli precedenti, ci sono numerosissimi studi che dimostrano quanto la presenza di un animale, anche in contesti lavorativi o ospedalieri, possa portare numerosi benefici.

In questo senso il cane, il gatto, il cavallo, l’animale di cui ci prendiamo cura, rappresenta un compagno/a, un/una confidente, un regolatore emotivo. Ci aiuta ad aprire il cuore, ci fa sentire forti il prenderci cura in modo così autentico e spontaneo di un’altra vita, di una creatura che “non ci tradirà mai”.

Ci sono tante persone che ritrovano nella cura dell’animale una dimensione di profondo supporto, ad esempio le persone che convivono con gravi malattie, anche croniche, per cui hanno una vita molto più limitata nelle attività che possono intraprendere, per loro l’animale può essere un bellissimo fulcro di amore e attenzione. Oppure nelle persone che non riescono ad avere figli, possono avere un forte attaccamento all’animale, che “riempirà” il proprio nido (o la propria cuccia o tana!).

Non è insolito che la perdita di un animale possa rappresentare un fattore precipitante per una depressione clinica o per l’insorgenza di un disturbo d’ansia con attacchi di panico. E non c’è nulla di cui vergognarsi o per cui rimproverarsi.

Il lutto elicita rabbia, senso di colpa, tristezza, ansia.

La rabbia è data dalla lotta con quanto è accaduto, non possiamo accettare che sia successo, lo troviamo ingiusto e spesso è possibile provare invidia per chi sta vivendo l’idillio dell’amore dato da un animale, proprio come stavamo facendo noi poco tempo prima.

Il senso di colpa può essere soverchiante: il sentire di non aver fatto abbastanza, di aver dovuto prevedere determinati avvenimenti, di non essere stati abbastanza attenti, di aver posto fine alla sua vita (eutanasia) prematuramente. Il senso di colpa può essere un modo per mantenere vivo il dolore e la vicinanza dell’animale perduto. Inoltre può essere una illusoria forma di controllo: se avessi fatto diversamente, lui/lei sarebbe ancora qui con me.

La tristezza è profonda, possiamo sentire di investire meno energia e meno tempo nelle nostre attività quotidiane. Possiamo sentire di perdere il senso di quello che stiamo facendo o di quello che siamo, sentiamo di girare a vuoto, di vivere le nostre giornate in modo automatico, quasi fossimo staccati da noi stessi e da ciò che ci circonda. Gli altri non riescono a raggiungerci. Ci sentiamo impotenti e disperati, ci sentiamo soli e tendiamo ad isolarci convinti che nessuno possa capirci.

Sono frequenti le allucinazioni in una prima fase del lutto. Vediamo l’amato/a in tutti i luoghi che era solito/a occupare. Percepiamo il suo odore, il suono delle sue zampette, la sensazione del suo pelo sulle nostre mani.

L’ansia, fino a sfociare negli attacchi di panico, data dalla sensazione che non possiamo far nulla per cambiare questa situazione, dall’accettazione che non lo/a rivedremo, che anche se protestiamo, nessuno ci restituirà più il nostro amico.

Quando abbiamo anche altri animali, o quando viviamo la malattia di un nostro animale, possiamo sentire una fortissima ansia da separazione, che può spingerci a non uscire di casa, a non allontanarci, sacrificando importanti aree della nostra vita.

L’impatto del lutto può cambiare anche a seconda della fase di vita della persona: nell’infanzia può essere il primo doloroso incontro con la morte, nell’adolescenza e nell’età adulta può venire a mancare un membro fondamentale della propria famiglia elicitando forti sentimenti ansiosi e depressivi, e nella terza età può riattivare altri lutti e intensificare la solitudine.

E allora cosa ci resta da fare?

Il problema non è il dolore in sé, ma tutto ciò che ci costringiamo ad aggiungerci sopra: il giudizio, la vergogna, il tentativo di controllarlo, la negazione di ciò che proviamo.
Quando ci vietiamo di sentire, quando cerchiamo di razionalizzare troppo in fretta, rischiamo di bloccare il processo naturale dell’elaborazione.

Concedersi di soffrire è un atto di amore verso di sé.
Restare in contatto con quel dolore, anche se è faticoso, è ciò che ci permette di trasformarlo, giorno dopo giorno.

Il processo per l’accettazione è lungo e lento, ed è quotidiano.

Permettiti di vivere il tuo dolore, non importa se “gli altri” non ti capiscono, prendi le distanze da chi ti critica e ti invalida e resta vicino/a a chi è in grado di comprenderti. Datti spazio. Permettiti di restare con quella sofferenza, permettiti di piangere tutte le tue lacrime.

Celebra il rito funebre nel modo che senti più valido per te spiritualmente.

Stampa foto, riguarda i suoi video, scrivi lettere o diari su tutto ciò che di bello avete fatto insieme.

Sii gentile con te stess/a e sii grato/a per tutto l’amore, per tutto l’affetto e per tutto il tempo che questa bellissima creatura di ha donato.

Non chiudere il tuo cuore.

E se ne hai bisogno non aver timore di chiedere aiuto.

Il lutto per un animale è reale, è profondo e degno di rispetto.

Non permettere a nessuno di invalidare questa esperienza.

Riferimenti Bibliografici:

Behler, A. M. C., Green, J. D., & Joy-Gaba, J. (2020). “We lost a member of the family”: Predictors of the grief experience surrounding the loss of a pet. Human-Animal Interaction Bulletin, 8(3), 54–70.

Podrazik, D., Shackford, S., Becker, L., & Heckert, T. (2000). The Death of a Pet: Implications for Loss and Bereavement Across the Lifespan. Journal of Personal and Interpersonal Loss5(4), 361–395. https://doi.org/10.1080/10811440008407852

Zilcha-Mano, S., Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2011). An attachment perspective on human–pet relationships: Conceptualization and assessment of pet attachment orientations. Journal of Research in Personality, 45(4), 345–357. https://doi.org/10.1016/j.jrp.2011.04.001

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