ADHD in età adulta: non sei pigro/a, né incapace.

Ti capita di iniziare un’attività e poi dimenticare subito cosa stavi facendo? Ti ritrovi a straparlare e ad interrompere gli altri senza accorgertene, o a rimandare continuamente compiti noiosi? Ti dicono spesso che “hai la testa tra le nuvole” o che sembri disorganizzato/a, ma in realtà ti senti solo sopraffatto/a?

Questi potrebbero essere segnali dell’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), una condizione neurobiologica reale, spesso sottovalutata, ma diagnosticabile e trattabile in modo efficace.

Un disturbo ancora poco riconosciuto, ma molto presente

Fino a qualche decennio fa si pensava che l’ADHD fosse un disturbo esclusivamente infantile, destinato a “passare con la crescita”. Oggi, grazie alla ricerca scientifica, sappiamo che molti adulti convivono con l’ADHD. In molti casi, però, non lo sa: è cresciuto con etichette ingiuste come “pigro”, “inconcludente”, “impulsivo”, o addirittura “immaturo”.

In realtà, l’ADHD non ha nulla a che vedere con l’intelligenza o la volontà. È una condizione legata a specifiche differenze nel funzionamento del cervello, e può avere un impatto concreto sul lavoro, sulle relazioni, sull’autostima e sulla qualità della vita.

Come si manifesta l’ADHD negli adulti?

I sintomi si dividono in due grandi categorie: disattenzione e iperattività/impulsività. Ecco alcuni esempi concreti che possono aiutarti a riconoscerli:

Disattenzione

  • Fatichi a concentrarti anche in conversazioni importanti?
  • Ti capita spesso di perdere oggetti o dimenticare appuntamenti?
  • Rimandi all’infinito i compiti impegnativi o noiosi?
  • Ti distrai con facilità anche quando cerchi di impegnarti?
  • Fai fatica ad organizzare e pianificare le attività?

Iperattività e impulsività

  • Ti senti come se avessi un “motorino interno” che non si spegne mai?
  • Parli molto, a volte troppo, e interrompi senza volerlo gli altri?
  • Fai fatica ad aspettare il tuo turno o a stare fermo/a in situazioni formali?
  • Ti capita di agire d’impulso, magari facendo acquisti, prendendo decisioni o inviando messaggi senza pensarci troppo?

Cosa succede nel cervello di chi ha l’ADHD?

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo, cioè riguarda il modo in cui il cervello si è sviluppato e continua a funzionare nel tempo. Grazie alle moderne tecniche di neuroimaging e alla ricerca genetica, oggi sappiamo che l’ADHD è legato a specifiche differenze nelle strutture e nei circuiti cerebrali.

Ecco i principali aspetti neurobiologici che lo caratterizzano:

Alterazioni strutturali. Studi di neuroimaging strutturale hanno evidenziato differenze volumetriche in diverse regioni cerebrali nei soggetti con ADHD. Castellanos et al. (2002) hanno riportato una riduzione del volume cerebrale totale, con particolare coinvolgimento dei lobi frontali, del cervelletto e dei nuclei subcorticali.

L’amigdala e l’ippocampo, cruciali per l’elaborazione emotiva e l’impulsività, hanno una minore dimensione e maturano ad un ritmo più lento, senza mai raggiungere la piena funzionalità rispetto a chi non presenta questo disturbo.

Disfunzioni dei circuiti fronto-striatali. Uno dei risultati più consistenti nella ricerca sull’ADHD riguarda le alterazioni nei circuiti fronto-striatali. In particolare, si ipotizza un’alterazione nelle connessioni tra la corteccia prefrontale e i gangli della base, aree coinvolte nel controllo inibitorio e nelle funzioni esecutive.

Alterazioni nel sistema dopaminergico. Il sistema dopaminergico gioca un ruolo centrale nelle teorie neurobiologiche dell’ADHD. Volkow et al. (2009) hanno dimostrato una ridotta disponibilità di recettori dopaminergici D2/D3 nello striato di adulti con ADHD, suggerendo un’alterazione nella trasmissione dopaminergica. La dopamina segue quattro percorsi principali nel cervello, due dei quali sono particolarmente rilevanti per l’ADHD: il percorso della ricompensa e il percorso mesocorticale. Il percorso della ricompensa della dopamina si attiva durante esperienze piacevoli, come mangiare cibo gustoso, rilasciando questo tipo di neurotrasmettitore che provoca sensazioni di piacere e di euforia. Questa sensazione è rafforzata dalla connessione con l’ippocampo, che aiuta a ricordare quali esperienze sono piacevoli, motivandoci a ripeterle. Il percorso mesocorticale, invece, collega aree ricche di dopamina alla corteccia prefrontale, facilitando funzioni esecutive come la cognizione, la memoria di lavoro e il processo decisionale. Nelle persone con ADHD, si ritiene che questi percorsi siano interrotti, portando a un deterioramento del funzionamento cognitivo e motivazionale. Un numero anomalo di trasportatori della dopamina potrebbe spiegare le basse quantità di detta sostanza nel cervello, e i farmaci stimolanti, come l’Adderall, che sopprimono la ricaptazione della dopamina, spesso alleviando i sintomi che caratterizzano detto quadro clinico.

Un altro neurotrasmettitore, la noradrenalina, è importante per la vigilanza e l’attivazione. Nell’ADHD vi è un deficit di noradrenalina (Arnsten et al., 2009) che può contribuire alla sensazione di stanchezza e alla difficoltà di concentrazione.

Contributi genetici. La ricerca genetica ha identificato diversi geni candidati associati all’ADHD. Faraone e Mick (2010) hanno condotto una revisione dei principali studi genetici, evidenziando il coinvolgimento di geni legati al sistema dopaminergico (come DAT1 e DRD4) e noradrenergico (come ADRA2A).

Alterazioni nella connettività funzionale. Studi di risonanza magnetica funzionale in stato di riposo hanno rivelato alterazioni nella connettività funzionale in soggetti con ADHD. Castellanos e Proal (2012) hanno proposto che l’ADHD possa essere considerato un disturbo della connettività cerebrale, con alterazioni nei network attentivi e di controllo esecutivo.

Tecniche avanzate di imaging cerebrale come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la tomografia a emissione di positroni (PET) e la tomografia a emissione di fotoni singoli (SPECT) hanno rivelato alterazioni nel flusso sanguigno e nella connettività cerebrale. Una riduzione del flusso sanguigno in alcune aree prefrontali indica una minore attività cerebrale, compromettendo funzioni esecutive come pianificazione, organizzazione e attenzione. La corteccia frontale, essenziale per le funzioni esecutive, mostra anch’essa un’attività alterata, contribuendo alle difficoltà di concentrazione e di regolazione emotiva. Studi con fMRI a riposo suggeriscono che chi soffre di ADHD potrebbe avere una connettività funzionale alterata. Ad esempio, uno studio del 2010 (Kim et al., 2010) ha mostrato che i bambini con la diagnosi di ADHD non hanno le stesse connessioni tra la corteccia frontale e l’area di elaborazione visiva, indicando un diverso modo di processare le informazioni.

Alcune ricerche (Sonuga-Barke et al., 2007; Castellanos et al., 2012) hanno evidenziato delle alterazioni nella rete neurale del default mode (DMN). Questa rete cerebrale è coinvolta nell’introspezione, nella riflessione su di sé, nella comprensione sociale e nella memoria autobiografica. Il DMN si attiva quando la mente è a riposo e vagabonda liberamente. Nell’ADHD il DMN interferisce con la capacità di mantenere l’attenzione, portando a un vagabondaggio mentale eccessivo. Inoltre influenza la capacità di comprendere di stati mentali altrui, la regolazione delle emozioni e la reattivià emotiva e la memoria di lavoro.

Ruolo del cervelletto. Recenti ricerche hanno evidenziato il coinvolgimento del cervelletto nell’ADHD. Stoodley (2016) ha riassunto le evidenze che suggeriscono un ruolo del cervelletto non solo nelle funzioni motorie, ma anche nei processi cognitivi e affettivi alterati nell’ADHD.

Neuroplasticità e traiettorie di sviluppo. Shaw et al. (2013) hanno proposto che l’ADHD possa essere visto come un disturbo della neuroplasticità, con alterazioni nelle traiettorie di sviluppo cerebrale che persistono nell’adolescenza e nell’età adulta.

Regolazione emotiva, qualità del sonno e dolore cronico

Le alterazioni neurobiologiche dell’ADHD non riguardano solo attenzione e impulsività. Numerose ricerche mostrano che chi ha l’ADHD:

  • è più reattivo emotivamente e può avere difficoltà a regolare le proprie emozioni;
  • è più esposto/a a condizioni di dolore cronico e fibromialgia, con un possibile legame neurofisiologico tra le due condizioni (Kravitz & Katz, 2015; Ramos-Quiroga et al., 2021);
  • può soffrire di disturbi del sonno.

Non sei solo/a. E non sei sbagliato/a.

Purtroppo, molti adulti arrivano alla diagnosi dopo anni di frustrazioni, fallimenti scolastici o lavorativi, relazioni complicate e senso di inadeguatezza. Questo vissuto può generare pensieri negativi su di sé, che a loro volta alimentano l’evitamento, la procrastinazione, la bassa autostima.

Ma la buona notizia è che si può fare molto per stare meglio. L’ADHD non si “guarisce”, ma si può gestire con successo.

Ma allora… è possibile stare meglio?

Assolutamente sì. Anche se l’ADHD non si “cura” nel senso tradizionale, è assolutamente possibile imparare a gestirlo con efficacia. Il trattamento più efficace è multimodale:

-> Diagnosi clinica accurata, con strumenti validati e anamnesi approfondita

-> Psicoterapia cognitivo-comportamentale per imparare a:

  • organizzare e pianificare meglio il tempo e le attività quotidiane;
  • gestire l’impulsività e la reattività emotiva;
  • ridurre la distraibilità;
  • potenziare le abilità sociali e comunicative;
  • lavorare sui pensieri disfunzionali e rafforzare l’autostima.

-> (Se necessario) supporto farmacologico prescritto e monitorato da uno psichiatra

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Il primo passo per smettere di sentirti “sbagliato/a” è comprendere davvero cosa ti sta succedendo e iniziare a lavorare insieme per costruire un nuovo equilibrio e migliorare la tua qualità di vita.

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