Il legame d’attaccamento

Con il termine “attaccamento” ci riferiamo sia a una tipologia particolare di legame affettivo, sia a una serie di comportamenti e rappresentazioni mentali. Secondo Ainsworth il legame d’attaccamento è un legame affettivo rivolto ad una persona specifica, non intercambiabile, di tipo non transitorio bensì stabile e duraturo nel tempo. Il legame si forma con una persona ritenuta più saggia e più forte, come capita nel caso del bambino che stabilisce un legame d’attaccamento con il genitore. Infine l’altra persona acquisisce un significato speciale, si sperimenta ansia quando si allontana, e vengono messi in atto una serie di comportamenti atti a garantire la vicinanza del caregiver, in cui il bambino ricercherà conforto e protezione. Secondo Bowlby questo sistema di comportamenti ha una componente biologica e si differenzia in base all’età del bambino. Quest’ultimo nasce con delle caratteristiche che gli consentono di mantenere la vicinanza al caregiver: il pianto, i vocalizzi, i sorrisi, il reaching (prensione), il grasping (afferrare), il gattonare, le lallazioni e così via sono tutti comportamenti che il bambino mette in atto per richiamare l’attenzione della figura di attaccamento e ricercare in lei conforto e sicurezza. Questi comportamenti sono guidati da rappresentazioni mentali di sé stesso e dell’altro e delle interazioni sociali vissute: i modelli operativi interni (MOI) che ci aiutano a prevedere possibili situazioni future e a costruire piani d’azione.

Se le interazioni con tra il bambino e il caregiver sono caratterizzate da presenza, amore, costanza, reciprocità il bambino imparerà che, ad esempio, se ha un disagio piangendo arriverà la mamma a confortarlo, e che quando la mamma finalmente gli parlerà dolcemente e lo cullerà, lui si sentirà protetto. Quindi costruirà un MOI sulla percezione della mamma come base sicura e di sé come un bambino degno di amore e attenzioni. Ma, tornando all’esempio, se la mamma non è in grado di confortare il proprio piccolo, non gli presta adeguate attenzioni, non è in grado di consolarlo, non è una presenza costante e quindi prevedibile, il bambino proverà ansia e angoscia, e costruirà un MOI relativo alle figure di attaccamento come imprevedibili o non in grado di fornire supporto e sicurezza. Di conseguenza rappresenterà se stesso come una persona non degna di amore. Tutto questo si riverserà sulle sue relazioni future, sulla sua stabilità emotiva, sulla capacità di socializzare ed esplorare il mondo. Infatti l’esplorazione è possibile solo se la figura di attaccamento è diventata una base sicura. Con questo termine intendiamo l’identificazione del caregiver come una presenza stabile e duratura, in grado di confortarci, di sostenerci e di proteggerci.

Ma come si forma un legame d’attaccamento?

  1. Orientamento e segnali senza discriminazione della persona: dalla nascita a circa la fine del secondo mese. Già a partire dalla nascita il bambino è dotato di caratteristiche che gli permettono di orientarsi verso le persone attorno a lui utilizzando comportamenti come il sorriso, il pianto, i vocalizzi, la prensione, ecc. Inoltre è possibile notare la preferenza dei neonati per stimoli sociali e in movimento ed è evidente di come il tono della voce dell’adulto o suoni tenui possano infondere un senso di calma. Questi segnali però non sono orientati verso una persona specifica, anche se inizia ad emergere una preferenza verso chi si dimostra accudente.
  2. Orientamento e segnali diretti verso una o più persone discriminate: dal secondo mese al sesto/ottavo mese. A partire dalla fine del secondo mese di vita il piccolo acquisisce nuove competenze, il sistema visivo guida il sistema motorio verso l’adulto in grado di fornire maggiori cure in modo continuativo, in grado di alleviare lo sconforto del bambino e di infondergli un senso di sicurezza.
  3. Mantenimento della vicinanza a una persona discriminata mediante la locomozione e segnali: tra il sesto e l’ottavo mese fino ai due anni di vita. In questa fase vi è una importante acquisizione: la permanenza dell’oggetto, grazie alla quale il bambino inizierà a discriminare la figura di attaccamento dalle altre e a ricercarla attivamente anche quando non è presente. Il bambino si sente tranquillo quando è con il caregiver e lo usa come base sicura per le esplorazioni, ricerca attivamente la sua presenza ed emerge la paura dell’estraneo. L’assenza del caregiver è motivo di ansia. Infine, il rapporto è reso più reciproco dalla progressiva acquisizione di abilità pre-linguistiche e linguistiche.
  4. Formazione di un rapporto reciproco corretto secondo lo scopo: 2 anni e mezzo circa. Il bambino inizia a capire che la mamma ha degli scopi e usa dei piani per raggiungerli, inoltre inizia a intuirne le emozioni. Emerge una maggiore reciprocità: il bambino inizia a compiere delle azioni per agire nei piani del caregiver, ad esempio cerca di evitare che la mamma vada a lavoro. Il legame d’attaccamento ormai è formato: il bambino usa il caregiver come base sicura, sentendosi tranquillo per la presenza dell’adulto inizierà ad esplorare sempre più l’ambiente circostante.

Il legame d’attaccamento è un legame che dura tutta la vita e influenza il rapporto con gli altri, la rappresentazione di noi stessi e degli altri, e in parte la nostra vita emotiva. Inoltre, con il progredire dell’età i legami di attaccamento mutano e si differenziano in base alla persona a cui è rivolta: in età scolare altri adulti iniziano ad essere importanti, in adolescenza i pari acquisisco sempre più rilevanza, con la maturità sessuale si stabilirà un legame d’attaccamento con il partner, e così via.

Ma l’attaccamento è sempre fonte di tranquillità e sicurezza? No, esistono varie tipologie di attaccamento: l’attaccamento sicuro, l’attaccamento insicuro/evitante, l’attaccamento insicuro/ambivalente e l’attaccamento disorganizzato/disorientato.

Analizzeremo questi stili di attaccamento nel prossimo articolo.

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