La sperimentazione del dolore indica la presenza di un pericolo o di un malfunzionamento nel nostro organismo. Svolge un’importante funzione per la nostra sopravvivenza, impedendoci di correre pericoli per la nostra salute. Ad esempio se provassimo a toccare una fiamma sperimenteremmo dolore. Questa sensazione giunge al nostro cervello con un’importante informazione: il fuoco è pericoloso, occorre porre attenzione. L’esperienza della nostra ferita si integra in un apprendimento utile alla nostra sopravvivenza. Questo dolore viene definito “acuto” e assume una connotazione positiva in quanto indica che c’è qualcosa che non va e che bisogna risolvere al più presto. Al contrario un dolore che perdura o si presenta ripetutamente per un periodo superiore ai 3 mesi viene detto dolore cronico.
Ma come sperimentiamo il dolore?
Lo stimolo algico viene recepito dai nocicettori, dei recettori sensoriali presenti in tutto il nostro organismo. I nocicettori inviano l’informazione all’encefalo attraverso il midollo spinale. All’interno del cervello delle specifiche aree si occupano della percezione e della codifica dell’esperienza dolorosa. Una delle aree coinvolta è il sistema limbico e l’ipotalamo, responsabili della riposta neuroendocrina e della sperimentazione di emozioni come l’ansia. È interessante notare che particolari sistemi del nostro cervello sono in grado di secernere analgesici naturali per contrastare la sofferenza.
Ma il dolore può non provenire da stimoli esterni come ad esempio l’alta temperatura, il contatto con una lama tagliente, lo sbattere contro una superficie. Il dolore può provenire da un malfunzionamento nel sistema nervoso centrale o periferico. In tal caso si parla di dolore neuropatico, mentre il primo viene detto dolore nocicettivo.
L’esperienza del dolore non è unicamente fisica, ma coinvolge le cognizioni, le emozioni e i comportamenti dell’individuo che, con le sue scelte può migliorare o peggiorare la sua sofferenza.
Come interpretiamo il dolore?
Se proviamo un dolore acuto potremmo interpretare questa esperienza come il sintomo di un problema meno evidente. Ad esempio, ho un forte dolore alla spalla causato da uno sforzo repentino ed eccessivo. Assumendo una terapia e stando a riposo, il dolore dovrebbe rientrare nel giro di pochi giorni. Quindi l’aver sperimentato dolore, per quanto sia stato spiacevole, è stato utile al fine di segnalare un problema e porvi rimedio.
Ma cosa accade quando il dolore è cronico?
In questo caso la sofferenza non indica più un danno a cui occorre rimediare in breve tempo, ma può indicare una condizione che ci accompagnerà tutta la vita o per molto tempo. Perde la sua connotazione positiva di utilità, diventa dolore senza scopo. La correlazione tra la sperimentazione del dolore cronico e sentimenti di ansia, stress, paura è elevatissima tant’è vero che il dolore è stato definito come la “terza emozione patologica insieme ad ansia e depressione”. È interessante sapere che così come il dolore influenza la sperimentazione di sentimenti negativi, anche questi ultimi influenzano il dolore. Infatti stati prolungati di rabbia, frustrazione, stress, ansia, tristezza provocano delle risposte di sofferenza fisica e aumentano la percezione del dolore stesso.
L’esperienza del dolore implica risposte fisiche e psicologiche, pertanto occorre occuparsi di entrambe le aree per aiutare realmente il paziente.
In che modo il dolore cronico influenza la nostra vita?
Sperimentare spesso dolore ci rende più irritabili, più stressati e frustrati. Il tono dell’umore si abbassa, l’ansia e la paura crescono. In noi si fa strada il terrore di soffrire di nuovo, il ricordo dell’esperienza dolorifica è così forte da influenzare la percezione della stessa, aumentandola e talvolta anticipandola. Pensiamo a chi soffre di mal di testa. La persona potrebbe aver scoperto che il maltempo le provoca una terribile emicrania. I ricordi relativi a tale esperienza sono ben impressi nella sua mente, per cui quando nota che le condizioni meteorologiche stanno mutando in negativo attende l’emicrania che puntualmente arriva. Ma la nostra aspettativa del dolore influenza il dolore stesso. La paura di soffrire potrebbe attivare in noi una serie di cognizioni negative, come una elevatissima attenzione ai più minimi segnali di arrivo del dolroe. Inoltre, potrebbe influire sul comportamento mediante meccanismi di fuga o di evitamento. Se sono convinta che starò male, che non c’è un rimedio efficace a tale sofferenza, potrei decidere che non ha senso uscire e socializzare con le persone, preferendo restare chiusa in casa a vivere il mio dolore.
Non è un caso che il dolore cronico sia spesso correlato all’evitamento, all’isolamento sociale e alla riduzione dei comportamenti. Difficilmente andrò in palestra o in piscina se sono convinta che il mio dolore non me lo permetterà. A volte può essere difficile anche fare una semplice passeggiata.
Attenzione! Qui mi sto riferendo a casi in cui non ci sono motivi organici che impediscono determinate attività.
“Che senso ha uscire se non riesco a parlare con le persone? Di cosa dovrei parlare?”
“Gli altri vedranno che sto male, diranno “Guarda quella poverina come si è ridotta!”
La preoccupazione per il giudizio sociale è spesso agghiacciante per chi vive una condizione di dolore: si crede che non si hanno argomenti di cui parlare poiché il dolore sta occupando l’intera esperienza di vita del soggetto per cui è inevitabile porre attenzione a tale esperienza. Inoltre quando la sofferenza è evidente, come ad esempio per chi viene sottoposto a chemioterapia, determinando una modifica nell’estetica dell’individuo, si potrebbe temere il confronto con gli altri per la paura di un giudizio sulla propria condizione, sul proprio mutamento, per il timore che qualcuno possa provare pena. Chi soffre manifesta sentimenti di ambivalenza riguarda quest’ultimo punto: da un lato c’è la ricerca di una validazione della propria condizione attraverso dimostrazioni di empatia, attenzioni ed affetto, dall’altro lato vi è il respingimento di possibili sentimenti di pena nei propri confronti. Un atteggiamento che molti vivono come svalutante, umiliante, frustrante.
In che modo le terapie cognitivo comportamentali possono aiutare il paziente con dolore cronico?
Agendo su cognizioni, emozioni e comportamenti.
- Cognizioni: pensieri automatici e distorsioni cognitive influenzano fortemente la vita di tutti i giorni e la qualità della nostra esistenza: il modo in cui interpretiamo il mondo, gli altri e noi stessi è la prima tappa per la stimolazione di pensieri che occupano la nostra mente e che influenzano poi le nostre emozioni e i nostri comportamenti. Una distorsione cognitiva molto diffusa è la catastrofizzazione: sentire che non c’è una fine alla nostra sofferenza, che andrà sempre peggio, che la nostra condizione è terribilmente triste. Questa risposta cognitiva è poco funzionale in quanto non ci permette di uscire dalla nostra condizione di sofferenza contribuendo ad aumentarla. Dei pensieri automatici fortemente disturbanti potrebbero essere “Oddio sto male”, “Adesso mi sentirò male e tutti lo noteranno”, “Non c’è via di scampo”, sono quei pensieri che di fronte alla proposta di un’uscita ci fanno dire “No, e se mi sentissi male?”. Queste cognizioni influenzano pesantemente la nostra vita emotiva e comportamentale.
- Emozioni: com’è convivere con un dolore cronico? Pensate di svolgere le vostre normali attività quotidiane con un dolore fisso, fastidioso e sempre presente: come vi sentireste? Probabilmente arrabbiati, stressati, frustrati. Diventa difficile concentrarsi su ciò che si sta facendo se c’è il martello pneumatico del dolore sempre attivo nel nostro cervello. Come possiamo essere dolci e ben disposti ad ascoltare l’altro se viviamo un dolore così persistente? Potrebbe capitare di perdere la pazienza per un inezia. Così come la nostra ansia e la nostra tristezza potrebbero spingerci all’isolamento, a trascorrere lunghe ore a letto, a chiuderci nella nostra sofferenza tagliando il mondo fuori, con la convinzione che “nessuno capirà”.
- Comportamenti: pensieri ed emozioni inibiscono i comportamenti. La tensione che avvertiamo nel nostro corpo non deriva più dal dolore ma dallo stress che sperimentiamo. L’ansia provoca un’attivazione fisiologica che nel lungo periodo provoca dei danni nel nostro organismo, così come la rabbia: disturbi dell’appetito e gastrointestinali, tensione e dolore muscolare, mal di testa, dolore al petto e disturbi cardiovascolari, disturbi del sonno. L’insonnia è molto frequente in chi soffre di dolore cronico, essendo alimentata dal dolore e dalle cognizioni ed emozioni sul dolore stesso, e contribuendo ad alimentarlo in un ciclo senza fine. Apparentemente senza fine. La terapia cognitivo comportamentale offre un protocollo estremamente efficace per vincere l’insonnia, recuperando la propria funzionalità. Dopotutto un organismo stanco è un organismo stressato che fatica ad adattarsi e a trovare nuove risposte alla propria condizione. Invece quello che occorre è re-interpretare la propria condizione, evitando di definirsi “malato cronico” (che peraltro rappresenta un’altra distorsione cognitiva) ed attivando delle nuove risposte di coping per fronteggiare la situazione. È qui che entra in gioco la terapia cognitivo comportamentale con le sue numerose strategie validate scientificamente.
Le tecniche di rilassamento, l’ipnosi, le tecniche immaginative, la mindfulness, la ristrutturazione cognitiva, la modifica del dialogo interno, l’attivazione comportamentale, le tecniche di problem solving sono solo alcune delle tecniche usate dalla TCC (Terapia Cognitivo Comportamentale) per aiutare il paziente. La TCC ha come obiettivo l’intervento su pensieri, emozioni e cognizioni della persona, sostenendola nella sperimentazione di nuove strategie di vita, al fine di migliorarne le condizioni di vita.
Le tecniche di rilassamento aiutano l’individuo a sciogliere le tensioni in eccesso e a rispondere in modo positivo all’ansia e a emozioni disturbanti, la ristrutturazione cognitiva riscrive l’interpretazione della propria esperienza, le strategie di coping e le tecniche di problem solving aiutano il paziente a trovare strategie più efficaci in risposta alla propria condizione, l’attivazione comportamentale mira a incrementare il repertorio comportamentale del soggetto, sostenendolo nella sperimentazione di nuove attività e aiutandolo a mettersi alla prova. L’ACT e le tecniche di Mindfulness sono molto utilizzate poiché promuovono un nuovo atteggiamento di fronte alla malattia: accettazione piuttosto che evitamento. Il paziente impara a non temere il dolore, a integrarlo nella propria esperienza di vita, accettandolo e rendendosi disponibile a sperimentarlo. Ponendo attenzione in modo non giudicante alla propria condizione, il paziente impara a vivere nel momento presente e a compiere delle attività in linea con i propri valori personali.
In conclusione, le terapie cognitivo comportamentali si sono rivelate efficaci nel trattamento del dolore cronico associate a terapia farmacologica o anche da sole. Le tecniche a disposizione sono numerose e vengono adattate in base al caso singolo e alle esigenze del paziente. Per occuparsi di un paziente con forti dolori non è possibile intervenire solo dal punto di vista organico, occorre un approccio multidisciplinare che si occupi anche dell’aspetto emotivo e psicologico.
