Depressione: modelli esplicativi e trattamento cognitivo-comportamentale

Modelli esplicativi della Depressione

Vulnerabilità biologica

Il ruolo delle componenti genetiche nell’insorgenza della depressione è stato dimostrato da molti studi che evidenziano un maggior rischio di sviluppare un disturbo depressivo nel casi in cui vi sia un disturbo analogo nei familiari di primo grado. Probabilmente la familiarità con la depressione è imputabile sia all’azione genetica sia a fattori psicosociali:i geni predispongono l’individuo al rischio di incorrere in una depressione, che associato a fattori ambientali possono provocare l’insorgenza del disturbo.

I fattori biologici di rischio sono rappresentati da una disregolazione delle risposte allo stress, con la produzione di elevati livelli di cortisolo, e da alcuni cambiamenti nel funzionamento neuroendocrino. A tal proposito è stato riscontrato un abbassamento della secrezione dell’ormone della crescita GH durante la notte in bambini depressi, che presentano sintomi quali pianto prolungato, ritiro e apatia in condizioni di stress. È stato riscontrato inoltre una disregolazione nella serotonina, nella noradrenalina e nell’acetilcolina.

Inoltre, studi condotti attraverso la risonanza magnetica strutturale e la risonanza magnetica funzionale hanno evidenziato delle anomalie cerebrali sia anatomiche che funzionali, in particolare: la riduzione del volume dell’amigdala, anomalie a livello dell’ippocampo e una riduzione del flusso sanguigno e del metabolismo a livello della corteccia prefrontale. È stata inoltre evidenziata una riduzione del volume della materia bianca del lobo prefrontale e un decremento dell’attività della regione occipitale. Infine, studi di neuroimaging hanno evidenziato una compromissione strutturale e funzionale di numerose aree relative alla ricompensa.

Fattori educativi genitoriali

Figli di pazienti depressi hanno maggiori possibilità di sviluppare un disturbo depressivo, non solo a causa di fattori genetici ma anche a causa di fattori psicosociali. Infatti i genitori depressi spesso non riescono a svolgere adeguatamente il loro ruolo parentale sia a causa della sintomatologia depressiva sia a causa dell’eventuale cura farmacologica a cui vengono sottoposti. In particolare questi genitori possono vivere il loro ruolo come troppo oneroso a causa della difficoltà a concentrarsi, a prendere decisioni, della mancanze di energie, dei disturbi del sonno e dei pensieri negativi. Spesso non riescono a sintonizzarsi con i bisogni emotivi del figlio e a rispondervi in modo adeguato. L’appiattimento emotivo di questi genitori può essere vissuto con fastidio e angoscia dai figli. Inoltre spesso i genitori depressi tendono ad alternare momenti di apatia e ritiro, a momenti in cui adottano uno stile educativo autoritario e punitivo. Frequentemente i figli vengono sovraccaricati di responsabilità, svolgendo essi stessi un ruolo parentale nei confronti del genitore o di eventuali fratelli minori.

Eventi scatenanti

I fattori biologici, associati a eventi di vita stressanti, come uno stile educativo genitoriale disfunzionale, possono predisporre l’individuo all’insorgenza di un disturbo depressivo. Esistono poi dei fattori scatenanti che possono provocare l’acuirsi della sintomatologia e la nascita di un vero e proprio disturbo clinico. Possibili fattori precipitanti possono essere un lutto recente, la perdita di una persona cara, un divorzio o problemi relazionali, cambiamenti repentini nello stile di vita, mancanza di supporto sociale e solitudine, difficoltà economiche, abuso di alcol e droghe, problemi di salute o malattie croniche.

Il modello di Beck

Beck spiega il substrato psicologico della depressione ricorrendo a tre concetti: la triade cognitiva, gli schemi e gli errori cognitivi.

La triade cognitiva riguarda la visione che il paziente ha di se stesso, delle sue esperienze e del futuro:

  • Visione negativa di sé: il paziente crede di essere difettoso, inadeguato, malato, indesiderabile. Tende a sottovalutarsi e a criticarsi, crede di non avere gli attributi per ottenere la felicità;
  • Visione negativa delle proprie esperienze: il paziente depresso avverte che il mondo gli propone delle richieste eccessive, sente che esistono ostacoli insuperabili per raggiungere i suoi obiettivi, interpreta negativamente le situazioni senza accennare a soluzioni alternative;
  • Visione negative del futuro: il paziente depresso vede la sua angoscia e la sua sofferenza senza fine, sente che non ci sarà mai un miglioramento nella sua qualità di vita.

Le cognizioni negative influiscono sulla motivazione, sui comportamenti, sui sintomi fisici ed emotivi.

Il concetto di schema spiega perché il paziente depresso mantiene atteggiamenti che provocano sofferenza: uno schema è un modello cognitivo stabile attraverso cui l’individuo interpreta la realtà. Nella depressione, situazioni specifiche sono distorte per adeguarsi agli schemi disfunzionali del paziente. In questo modo il paziente diventa incapace di fare appello a schemi più appropriati, e quindi ad avere una rappresentazione più adeguata e realistica della realtà. Nel modello di Beck molta importanza assumono i PAN (Pensieri Automatici Negativi), ossia pensieri transitori, involontari e coerenti con gli schemi e le credenze distorte del paziente. I PAN esprimono temi di inadeguatezza, fallimento, autocritica, insuccesso, scarso valore personale e non amabilità. Gli schemi cognitivi possono rimanere latenti per lunghi periodi, per poi attivarsi di fronte a eventi avversi, determinando l’insorgenza della sintomatologia depressiva.

Per quanto riguarda gli errori cognitivi, l’individuo depresso incorre in molte distorsioni come: la deduzione arbitraria (trarre conclusione in assenza di prove), l’astrazione selettiva (concentrarsi solo su alcuni aspetti di una situazione), la generalizzazione eccessiva (trarre una regola generale a partire da pochi casi), l’ingigantire o il minimizzare, la personalizzazione (porre eventi esterni in relazione a se stesso), il pensiero dicotomico (collocare le esperienze in estremi: o tutto o nulla).

Il modello metacognitivo di Wells

Wells, piuttosto che sulle cognizioni negative in sé, si concentra sulla metacognizione, cioè sui processi di osservazione, riflessione e modificazione delle rappresentazioni mentali. È come se avessimo un occhio interno attraverso cui osserviamo lo scorrere delle immagini e dei pensieri mentali. Siamo noi a scegliere a quali pensieri dare importanza, e di conseguenza a sperimentare determinate emozioni e ad attuare determinati comportamenti. Secondo Wells alla base dei disturbi psicologici ci sono due costrutti: la sindrome cognitivo-affettiva (CAS) e le metacognizioni.

Le configurazioni CAS variano in relazione al disturbo e comprendono strategie disfunzionali cognitive, attentive e comportamentali, utilizzate in modo rigido e mai messe in discussione. Vediamole nel dettaglio all’interno del disturbo depressivo:

  • Ipermonitoraggio della minaccia: tendenza a prestare continuamente attenzione a stimoli minacciosi interni ed esterni, aumentandone la salienza e la frequenza. Nel caso della depressione vi è una focalizzazione sui sintomi depressivi;
  • Rimuginio: implica la riflessione su possibili esiti negativi delle situazioni, con conseguente evitamento o prevenzione della minaccia;
  • Evitamento delle attività e dei rapporti sociali, con conseguente isolamento;
  • Ruminazione: il paziente depresso tende ad analizzare i segnali di disagio per comprenderli. Così facendo però mantiene attivi i sintomi depressivi e mantiene costantemente l’attenzione su ciò che non funziona adeguatamente in lui;
  • Soppressione del pensiero: più i pazienti depressi cercano di eliminare dalla propria mente contenuti dolorosi, più li rendono salienti;
  • Comportamenti protettivi: strategie che le persone mettono in atto per sentirsi meglio: ricerca di rassicurazione, consumo di sostanze, distrazione forzata e cosi via.

Inoltre, nel modello di Wells sono molto importanti le credenze meta-cognitive, ossia la valutazione dei pensieri in termini di importanza, pericolosità, impatto sulla realtà, significato per l’immagine di sé. Le credenze metacognitive negative riguardano il pensare di non poter controllare i propri processi mentali, e la pericolosità e il significato attribuito ai pensieri, ad esempio alcuni pazienti possono essere convinti che i sintomi depressivi li farà impazzire, o che dimostrino il loro scarso valore. Ovviamente queste credenze non fanno altro che aumentare la sofferenza individuale, rendendo più difficile la riuscita dell’intervento. Per cui nel trattamento della depressione andranno prese in considerazione anche le metacognizioni.

Cos’è la depressione?

La depressione è un disturbo clinico che compromette il funzionamento globale dell’individuo, determinando un peggioramento della sua qualità di vita.

I sintomi più comuni nella depressione sono:

  • Umore depresso: l’individuo si sente triste, vuoto, disperato, angosciato, in ansia. Guarda con pessimismo al futuro, credendo che la sua vita non potrà mai migliorare.
  • Pensieri negativi su di sé: la persona prova sentimenti di autosvalutazione, sensi di colpa e autocommiserazione.
  • Ridotta capacità di pensare e di concentrarsi, disturbi nella memoria, rallentamento ideativo e percezione del tempo rallentata.
  • Ruminazione depressiva.
  • Pensieri ricorrenti di morte e ideazione suicidaria.
  • Perdita di interesse o di piacere per tutte o quasi tutte le attività, con una conseguente riduzione della vitalità, isolamento sociale e comportamenti passivi o di evitamento.
  • Agitazione o rallentamento psicomotorio.
  • Faticabilità o mancanza di energie.
  • Mancanza di desiderio sessuale e riduzione dell’attività sessuale.
  • Disregolazione nell’appetito oppure aumento o perdita di peso significativa non dovuta a una dieta o a condizioni mediche generali.
  • Insonnia o ipersonnia.

Trattamento cognitivo-comportamentale:

Per quanto riguarda il trattamento andranno presi in considerazione i sintomi comportamentali, cognitivi e metacognitivi.

  • Sintomi comportamentali: il paziente depresso spesso si trova in un circolo vizioso in cui il livello ridotto di attività lo porta ad amplificare la sintomatologia, aumentando l’isolamento e autodefinendosi incapace. Questo perché il paziente non riesce a concentrarsi, si sente affaticato, triste, demotivato, senza energie. Quindi parte della terapia dovrà occuparsi di riattivare gradualmente i comportamenti del paziente: è possibile valutare delle attività da intraprendere partendo da quelle più semplici e più gradite al paziente, compilare un programma per la giornata in modo che il paziente sia portato ad attivarsi, inoltre molto utili sono le tecniche di problem solving e il training di assertività.
  • Sintomi cognitivi: il paziente verrà guidato dal terapeuta all’analisi e alla ristrutturazione delle sue credenze e cognizioni disfunzionali. In particolare, verrà spiegato al paziente cosa sono i pensieri automatici negativi, le credenze disfunzionali e le distorsioni cognitive, per aiutarlo a riconoscerle, dimostrando il modo in cui queste influenzano le sue emozioni, la sua motivazione e i suoi comportamenti. Dopo averli riconosciuti, si procederà con la ristrutturazione cognitiva: si metteranno in discussione i pensieri distorti, sostituendoli gradualmente con pensieri più realistici e funzionali. È importante modificare il dialogo interno del paziente in modo che impari a dire a se stesso delle frasi più positive.
  • Sintomi metacognitivi: andrà spiegato al paziente il significato delle metacognizioni, attuando un trattamento metacognitivo sulla rimuginazione. Molto utili si rivelano le tecniche di mindfulness, che aiutano il paziente a distanziarsi dai propri pensieri e immagini mentali.

Molto importante nel trattamento della depressione è la prevenzione delle ricadute, attuata mediante dei follow up regolari e attraverso delle tecniche di mindfulness. In particolare il protocollo MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy) ha dimostrato l’efficacia nella prevenzione delle ricadute nella depressione dal momento che insegna al paziente a distanziarsi dai propri pensieri negativi, ad accettare la realtà piuttosto che combatterla, a riconoscere quando l’umore sta per deflettersi e a porvi rimedio. Per saperne di più clicca qui: https://psicologaangelaperrone.art.blog/2020/03/31/mindfulness/

Lascia un commento