
I disturbi d’ansia comprendono quei disturbi che condividono le caratteristiche di paura ed ansia eccessive e i disturbi comportamentali correlati. La paura è la risposta emotiva a una minaccia imminente, reale o percepita, mentre l’ansia riguarda l’anticipazione di una minaccia futura per cui sostiene la nostra capacità di rispondere in modo adattivo agli stimoli esterni. Si traduce in uno stato di tensione e vigilanza e in comportamenti prudenti o di evitamento. Va fatta una distinzione tra ansia di tratto e ansia di stato: la prima è una caratteristica stabile della personalità dell’individuo e riguarda la sua tendenza abituale a sperimentare ansia. l’ansia di stato invece è legata a situazioni specifiche, si traduce in alti livelli di attivazione e minaccia percepita.
L’ansia è un’emozione utile al fine evolutivo infatti miliardi di anni fa i nostri antenati vivevano in condizioni realmente pericolose per cui era necessario proteggersi da minacce evidenti alla loro sopravvivenza come l’attacco di tribù nemiche, l’attacco di animali feroci, condizioni ambientali avverse. L’ansia era quindi essenziale perché lo stato di allerta e vigilanza li proteggeva dai pericoli, permettendoli di prevenirli o di mettere in atto dei comportamenti adattivi. Inoltre l’ansia era rivolta anche al confronto sociale per assicurarsi di rimanere nella propria tribù e godere della protezione del gruppo di fronte ai reali pericoli della società preistorica. Rimanere soli significava morte certa. Evolutivamente dunque l’ansia si è rilevata utile per la nostra sopravvivenza, ma al tempo attuale non esistono i pericoli che vigevano nel mondo dei nostri antenati. Però esistono numerosi stimoli a cui veniamo continuamente sottoposti che ci stressano: compiti da effettuare, cambiamenti rapidi a cui adattarci, numerose relazioni interpersonali da curare. Inoltre oggi il confronto sociale può essere molto più esteso a causa di mass media e social media. Per tutti questi motivi l’ansia rischia di diventare patologica.
Dal punto di vista prestazionale l’ansia può rivelarsi utile quando vogliamo raggiungere un obiettivo, ad esempio se siamo preoccupati di mantenere un lavoro e di avanzare di carriera potremmo essere spinti ad impegnarci di più nel raggiungimento del nostro scopo. A tal proposito la legge di Yerkes e Dodson sostiene che l’attivazione fisiologica o mentale può migliorare il rendimento entro una certa soglia. Questo significa che se l’attivazione è troppo bassa probabilmente non ci sarà una grande motivazione nel compito, l’impegno sarà ridotto e la performance ne risentirà. Con l’aumento dell’attivazione può esserci una maggiore motivazione nel compito e quindi una migliore performance. Ma se l’attivazione fisiologica è troppo elevata, la performance cadrà a picco perché compromette la capacità di concentrazione. Ne consegue che il miglior modo di potenziare la motivazione e quindi il rendimento è quello di lavorare con obiettivi che ci mantengono allerta e vigili.
In conclusione, l’ansia non è di per sé patologica ma lo diventaquando smette di svolgere la sua funzione adattiva, quando il livello di allerta è eccessivamente elevato e sproporzionato rispetto agli stimoli con cui interagiamo, e quando è perennemente presente, anche in assenza di motivi validi. Ciò compromette il funzionamento dell’individuo in ambito relazionale, sociale, lavorativo, scolastico, peggiorando la qualità della sua vita e del suo stato psico-fisico.
EZIOPATOGENESI DEI DISTURBI D’ANSIA
Ma quali sono le cause dell’ansia? Di seguito vengono riportati diversi modelli esplicativi.
MODELLO NEUROLOGICO
LeDoux focalizzò il suo studio sull’amigdala, una parte del nostro cervello responsabile della risposta emotiva. Egli notò che l’amigdala fa parte di due circuiti cerebrali diversi che chiamò via bassa e via alta. La via bassa parte dagli organi di senso che percepiscono lo stimolo esterno, lo traducono in impulsi elettrici che inviano al talamo. Il talamo a sua volta invia le informazioni all’amigdala per una nuova elaborazione. L’amigdala, ricevuto il messaggio, si attiva inviando dei comandi al corpo per una risposta adeguata allo stimolo. La via alta invece parte sempre dagli organi di senso, l’informazione arriva al talamo, e da questo gli impulsi elettrici vengono inviati alla corteccia. La corteccia, dopo aver elaborato l’informazione ricevuta, la invia all’amigdala, che trasmette a sua volta comandi al resto del corpo.
A cosa serve questa distinzione?
La via bassa viene utilizzata per rispondere in modo repentino agli stimoli ambientali: è molto più rapida rispetto alla via bassa in quanto l’informazione non raggiunge la corteccia eliminando un passo dell’elaborazione. Il problema è che l’amigdala non è in grado di processare lo stimolo correttamente, con la stessa precisione della corteccia, per cui potrebbe rispondere in modo inadeguato agli stimoli esterni vedendo pericoli dove in realtà non ce ne sono. Questo è il motivo per cui ad esempio tendiamo a spaventarci di una corda che vediamo per terra, scambiandola per un serpente. Prima scappiamo, o urliamo, o ci mettiamo in allerta, e solo dopo ci rendiamo conto del nostro errore. Questo meccanismo spiega anche il motivo per cui spesso non siamo ben consapevoli dell’emozioni che proviamo.
Nei disturbi d’ansia è stato rilevato un aumento volumetrico dell’amigdala e una maggiore attivazione della corteccia prefrontale destra rispetto ai gruppi di controllo: questo spiega l’inadeguata gestione delle informazioni emotive e lo stato di iperattivazione fisiologica.
Per quanto riguarda i neurotrasmettitori è stato rilevato che la noradrenalina, la serotonina e il GABA, sono implicati nella genesi dell’ansia.
Inoltre, c’è una predisposizione genetica ai disturbi d’ansia, come evidenziato da numerose ricerche che hanno rilevato una famigliarità per questi disturbi.
APPRENDIMENTO
L’ansia può rappresentare una risposta appresa, secondo Bandura l’apprendimento può avvenire osservando il comportamento di qualcuno per noi significativo. Ebbene, se il bambino osserva i genitori affrontare gli eventi di vita stressanti con ansia, in modo passivo, apprenderà uno stile di comportamento simile, cioè non svilupperà adeguate capacità di coping (capacità di fronteggiare le situazioni stressanti). Oppure se l’individuo osserva il genitore scappare ripetutamente di fronte a uno stimolo, ad esempio un cane, il bambino apprenderà che il cane è pericoloso ed è da temere. Inoltre secondo apprendimento classico uno stimolo neutro associato a uno stimolo incondizionato (che provoca una risposta automatica), darà da solo la risposta automatica, trasformandosi in stimolo condizionato. Nell’esperimento più classico sul condizionamento alla paura, Watson notò che associando la presenza di un piccolo topolino bianco a un forte rumore, in grado da solo di provocare una risposta di paura, l’individuo, dopo varie associazioni, provava paura anche solo con l’esposizione del topolino bianco. Seguendo questo esempio una fobia, ad esempio potrebbe svilupparsi perché si ha un attacco di panico in presenza di un determinato stimolo. Data questa associazione è probabile che dinanzi a quello stimolo, prima neutro, l’individuo sperimenti nuovamente un attacco di panico. Infine, secondo il condizionamento operante, uno stimolo seguito da rinforzo aumenterà la sua possibilità di ricomparsa: se evito le situazioni che mi creano ansia, l’ansia si abbassa. Questa sensazione di sollievo rappresenta un rinforzo che renderà più probabile l’evitamento in condizioni future. Ma l’evitamento non fa altro che aumentare l’ansia, in quanto non permette all’individuo di fronteggiare lo stimolo stressante, anzi lo rinchiude all’interno di un circolo vizioso.
STILE EDUCATIVO GENITORIALE
Numerosi studi hanno rilevato che determinati stili educativi genitoriali rendono più probabile la comparsa e il mantenimento di vissuti d’ansia nei figli, in particolare: lo stile educativo “parental over-control” è altamente intrusivo, lascia poco spazio all’autonomia del bambino che è sempre controllato e limitato. Il risultato è che il bambino non svilupperà un proprio senso di auto efficacia, anzi diventerà insicuro e ansioso per l’incontrollabilità del mondo esterno. Un altro stile genitoriale coinvolto nei disturbi d’ansia è quello caratterizzato da parental negativity, in cui i genitori mancano di calore e approvazione, facendo nascere nel bambino credenze errate su di sé, sugli altri e sul mondo.
CREDENZE E DISTORSIONI COGNITIVE (Ellis, Beck)
Alla base dei disturbi d’ansia ci sono delle credenze distorte relative a se stessi, agli altri e alla realtà in generale. Percepirsi come persone incapaci di affrontare il pericolo, e percepire il mondo come un posto pericoloso, non farà altro che aumentare uno stato di ansia e depressione.
Le distorsioni cognitive nei disturbi d’ansia sono numerose, ma tra le più comuni troviamo: il pensiero dicotomico (“o sono bravissimo o non valgo nulla”); la catastrofizzazione (“se accadesse sarebbe terribile, devastante”); l’astrazione selettiva (attenzione posta solo su alcuni dettagli, trascurandone altri); l’inferenza arbitraria (“se non mi ha salutato significa che è arrabbiato con me”); l’esagerazione e la minimizzazione (“è troppo difficile”,“non sono in grado”); doverizzazioni (“devo essere il più bravo”); il ragionamento emozionale (“sono in ansia, vuol dire che c’è un pericolo”).
Per saperne di più sulle distorsioni cognitive clicca qui:https://wordpress.com/block-editor/post/psicologaangelaperrone.art.blog/70
BARLOW
Il modello della tripla vulnerabilità di Barlow sostiene che tre vulnerabilità coesistano nell’eziologia dei disturbi d’ansia:
- vulnerabilità biologica generale: si riferisce al temperamento, in particolare alla tendenza al nevroticismo, che riguarda una maggiore sperimentazione di stati emotivi negativi, e all’inibizione comportamentale;
- vulnerabilità psicologica generale: si riferisce alla mancanza di controllo percepito sugli eventi di vita, dovuta all’aver vissuto nell’infanzia degli eventi di vita stressanti come incontrollabili e non prevedibili;
- vulnerabilità psicologica specifica: le due vulnerabilità generali si associano focalizzandosi su un oggetto esterno o sulla propria interiorità, dando vita al disturbo vero e proprio. Ad esempio nel disturbo da attacchi di panico i fattori di vulnerabilità generali potrebbero essere stati associati a una forte attenzione e preoccupazione da parte del caregiver a sintomi fisici del bambino (palpitazioni, affanno).
CLARK
Il modello cognitivo del panico di Clark sostiene l’importanza delle credenze disfunzionali nel mantenimento e nel peggioramento del disturbo. In particolare l’attacco di panico avviene in seguito a una cattiva interpretazione delle sensazioni corporee come indice di una catastrofe imminente, vi è la credenza che si stia per morire o per impazzire e perdere il controllo. Inoltre l’aspettativa di poter avere un ulteriore attacco di panico non fa altro che aumentare il livello di ansia e la probabilità che questo accada davvero. Infatti in questo modo si presterà maggiore attenzione a tutti gli stimoli che potrebbero attivare un attacco di panico o indicare il suo imminente arrivo, aumentando la loro salienza e quindi la loro capacità ansiogena. L’importanza delle suggestioni è rilevante anche nel mood congruity effect per cui i pensieri e le credenze tendono a essere coerenti con l’emozione provata: se provo ansia elaboro pensieri e immagini mentali che mi fanno credere che vi sia realmente una minaccia. Altri fattori di peggioramento e di mantenimento dell’ansia sono: il ragionamento emozionale l’individuo dichiara di essere in pericolo perché prova l’ansia, la valutazione che il soggetto dà della propria ansia e l’anxiety sensitivity (AS). Soggetti con una AS elevata tendono a considerare le sensazioni legate all’arousal vegetativo come pericolose (palpitazioni, dispnea, parestesie, ecc.).
La paura di provare un nuovo attacco di panico potrebbe condurre l’individuo a evitare le situazioni temute, così facendo l’individuo non ha l’occasione di sperimentare il possibile fronteggiamento dello stimolo ansiogeno, non acquisisce nuove abilità e l’ansia non fa altro che aumentare. Le conseguenze possono andare oltre e condurre a isolamento, abbassamento dell’autostima, depressione. Infine Clark sottolinea che alcuni soggetti ansiosi per abbassare l’ansia diventano dipendenti verso altre persone, questo potrebbe generare ulteriore ansia perché non ci si sperimenta come persone capaci e in grado di affrontare autonomamente la propria vita e sopratutto mantiene attivo il meccanismo di evitamento.
In sintesi, i fattori che predispongono l’individuo all’ansia sono:
- il nevroticismo come tratto del temperamento;
- un basso controllo percepito sulla realtà;
- credenze disfunzionali rispetto a se stessi e al mondo;
- distorsioni cognitive
- cattivi apprendimenti;
- Stile genitoriale iperprotettivo o rifiutante;
- famigliarità con i disturbi d’ansia;
- iperattività dell’amigdala;
- consumo di sostanze, medicine e alcune condizioni mediche generali.