
Nel 2013 ho preso la decisione di allontanarmi dal mio paese d’origine e dalla mia famiglia. Mi sentivo stretta in una città in cui temevo di non poter progredire professionalmente, inoltre ho sempre provato una forte curiosità di conoscere nuovi luoghi e di misurarmi in nuove sfide. Quindi un po’ per lavoro un po’ per passione ho deciso di fare le valige.
Nel corso di quest’avventura ho attraversato una serie di vissuti emotivi diversi: inizialmente ero eccitata e euforica, felicissima dell’incontro con il “nuovo”. Ma con il passare dei mesi ho compreso che mi mancavano le piccole cose: tornare a casa e trovare i miei genitori, lo scondizolio del mio cane, le chiacchierate con gli amici d’infanzia, sentire l’odore del mare, i panzerotti e le passeggiate d’inverno sul lungomare (il mare d’inverno è magico). È incredibile pensare a quante cose possano mancarci lontani da casa, quante cose abbiamo dato per scontate. Io davo per scontato che avrei trovato panzerotti ovunque! All’estero ho capito che davo per scontato il trovare una buona pizza ovunque. L’incontro con la pizza con l’ananas è stato per me fonte di profondo turbamento emotivo. All’estero ho capito che quando incontravo qualcuno non dovevo dare per scontato neanche il saluto! In Belgio erano sorpresi per il saluto con 2 baci sulla guancia, loro sono economici, ne preferiscono 1. In Francia, facevano sentire me tirchia, lì ce ne vogliono 3.
Mi sono resa conto che mentre mi stavo formando come professionista e come persona, provando un enorme soddisfazione per gli obiettivi che pian piano raggiungevo, c’era qualcosa che mi mancava. Nonostante la tecnologia e i rapidi mezzi di trasporto accorciassero la distanza continuavo a perdere momenti di vita.
Pranzi domenicali, compleanni persi, alle volte, ammetto, dimenticati. Sentire gli amici di una vita e ammettere di non averli più nella quotidianità. Ma la vita va avanti rivelando anche eventi tristi da affrontare a distanza. Eventi stressanti, malattie, morti.
È come essere perennemente sospesi. La tua vita è in più luoghi contemporaneamente. Tu stesso sei diverso, non sei più la persona che ha lasciato la casa dei propri genitori. Tutte le esperienze vissute hanno creato una frattura tra ciò che eri e ciò che sei, tra ciò che loro conoscevano di te e ciò che conoscono adesso. Ma, riceverai anche un arricchimento, scoprirai delle nuove frontiere nella tua persona, lati di te che forse non sarebbero mai emersi se non avessi vissuto determinate esperienze.
In principio l’uomo era nomade, si spostava da un luogo all’altro per soddisfare i suoi bisogni. È solo con la nascita dell’agricoltura che sono nati i primi insediamenti stabili.
Il fenomeno della migrazione è un fenomeno vecchio come la storia dell’umanità, ad oggi se ne parla molto in termini economici e socio-politici, ma poca attenzione viene data agli aspetti emotivi e psicologici. Eppure il fenomeno ha causato la nascita di una sindrome, la Sindrome di Ulisse, che descrive i vissuti problematici sperimentati da alcuni migranti.
In questo articolo mi occuperò del fenomeno per quanto riguarda gli italiani all’estero.
Sempre più italiani decidono di trasferirsi all’estero, per un periodo di tempo definito oppure in modo stabile. Secondo l’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), al primo gennaio 2019, gli italiani residenti all’estero erano 5.288.281. Cosa spinge così tante persone a partire? I motivi possono essere diversi: il mondo è vasto ed è affascinante conoscere culture e luoghi diversi dai nostri. Spesso decidere di trasferirsi all’estero può avere una connotazione formativa: molti partono per apprendere una nuova lingua, per frequentare corsi di specializzazione, molti studenti universitari decidono di intraprendere l’esperienza dell’Erasmus per avere l’opportunità di formarsi all’estero, tanti partono per degli stage lavorativi. Frequentemente ci si trasferisce per motivazioni legate al lavoro. Infatti capita che, vivendo in una società globale in cui numerose aziende hanno sedi presenti in diverse parti del mondo, a dei lavoratori venga chiesto di cambiare città o nazione per esigenze di mercato. O ancora c’è chi, non riuscendo a svilupparsi professionalmente nel proprio paese d’origine, decide di tentare la sorte in paesi maggiormente sviluppati, che si pensa siano in grado di offrire una migliore qualità di vita.
Le aspettative sono fondamentali.
Il motivo della partenza è strettamente connesso alle nostre aspettative sul luogo in cui ci trasferiremo: cosa pensiamo di trovare? qual’è il nostro obiettivo?
Ma le aspettative sono pericolose: alle volte lo scontro con la realtà può rivelarsi un colpo duro da affrontare. Potremmo scoprire che il paradiso che pensavamo di trovare non è così roseo come credevamo. Così come, soprattutto per chi è costretto a partire, potrebbe succedere il contrario: scoprire che la nuova città è di gran lunga migliore di ciò che potevamo immaginare.
L’incontro con la novità può produrre sentimenti di ansia e paura. Ci sentiamo a disagio, disorientati in un luogo che non conosciamo e dove non conosciamo nessuno, dove ci mancano i nostri punti di riferimento, le nostre amicizie d’infanzia, la nostra famiglia d’origine. Un luogo in cui dobbiamo imparare tutto da zero, in cui dobbiamo apprendere ad orientarci sia fisicamente che psicologicamente. Questa ricostruzione delle nostre abitudini spesso contribuisce a un mutamento nella nostra identità. Noi mutiamo in base alle relazioni che instauriamo, alle esperienze che viviamo, al contesto in cui siamo immersi. Quindi non è difficile immaginare che un cambiamento di stile di vita si traduca in un cambiamento nella nostra persona. Questa nostra nuova identità, dovrà poi scontrarsi nuovamente quando torniamo nella nostra terra d’origine, dove i nostri cari ci conoscevano come la persona che eravamo prima di partire. Ecco perché il momento del rientro è sempre delicato. Ci ritroviamo immersi in ciò da cui ci siamo allontanati: i nostri parenti, i nostri amici di una vita, la nostra lingua, la nostra vecchia casa, il profumo della cucina casalinga, i luoghi conosciuti che rievocano vecchie storie. Ma di nuovo è il momento di partire. E di nuovo dobbiamo ricontrattare le nostre abitudini, i nostri ruoli, la nostra identità.
Diversa è la questione per chi vive un’esperienza all’estero e poi torna stabilmente nella terra d’origine. In questo caso più sarà stata lunga l’esperienza lontano da casa, più si potrebbe andare incontro alla sperimentazione di vissuti problematici.
Chi è via, dovrà confrontarsi spesso con sensi di colpa e preoccupazione per i cari lontani. Per quanto l’uso delle tecnologie sia di supporto alle relazioni a distanza, e per quanto i moderni mezzi di trasporto permettano dei viaggi più rapidi, è inevitabile che si perderanno molti momenti importati: feste di compleanno, feste di laurea, la nascita di un nipote o del figlio di un amico caro. Così come si potrà non essere presente in caso di eventi negativi: vissuti dolorosi riportati da una persona cara, convivenza con un handicap, malattia, morte. Potremmo avere il bruciante desiderio di essere lì, con le persone che amiamo, di stringere loro la mano e condividere con loro questi momenti. La nostalgia può causare conflitti interiori e disagio.
Il senso di isolamento è molto diffuso. Venendoci a mancare i nostri punti di riferimento e i nostri legami più intimi, possiamo sentirci soli, senza un sostegno in un momento in cui noi affrontiamo qualcosa di doloroso, oppure senza la possibilità di condividere un momento di profonda gioia. Per questo è di fondamentale importanza costruire dei legami che siano una rete di supporto nella nostra nuova sede.
Infine, quando decidiamo di partire per delle condizioni di vita migliore, la paura di fallire potrebbe essere agghiacciante e causare in noi dei sintomi evidenti: ansia, irritabilità, tensione. Se la paura diventa realtà, se nonostante l’enorme sacrificio di allontanarsi da casa non si riesce ad ottenere il risultato sperato, si potrebbe incorrere in forti sentimenti di depressione.
I vissuti emotivi possono alimentare dei sintomi fisici: mal di testa, tensioni e dolori muscolari, oltre a disturbi del sonno e dell’appetito.
Non tutte le persone che decidono di trasferirsi all’estero sviluppano la Sindrome di Ulisse. Molto dipende dalle proprie caratteristiche personali e dalla propria storia di vita. Non solo, di grande rilievo sono anche le caratteristiche del nuovo Paese in cui ci si trasferisce: ha un piano socio-economico per accogliere i migranti? é semplice trovare lavoro? ha un piano d’assistenza adeguato?
Riassumendo, secondo la Sindrome di Ulisse i sintomi che è possibile sperimentare sono:
- tristezza
- irritabilità
- paura
- ansia
- spossatezza
- sensi di colpa e preoccupazione
- disorientamento
- sensazione di isolamento
- sensazione di estraneità e sintomi dissociativi
- abbassamento dell’autostima
- peggioramento della capacità di concentrazione
- possibilità di sviluppare dipendenze da tabacco, alcolici e sostanze stupefacenti
- sintomi fisici quali: insonnia, disturbi dell’appetito, mal di testa, tensioni muscolari, disturbi gastrointestinali