Sensibilità e curiosità
Fin da piccola sono sempre stata una bambina molto sensibile ed empatica.
Mi commuovevo facilmente, cercavo di aiutare chi stava male e prendevo le difese dei bambini che venivano esclusi o presi di mira. Mi guardavo intorno e soffrivo nel vedere cattiveria, egoismo, ingiustizie e persone che si facevano del male a vicenda. Continuavo a chiedermi: "Perché? Cosa c'è che non va?"
Crescendo iniziai ad accorgermi che molte persone sentivano il bisogno di confidarsi con me. Ascoltavo le loro storie e vedevo quanto la sofferenza, la paura o la frustrazione potessero influenzare il modo di vivere e di relazionarsi con gli altri.
Continuavo però a farmi la stessa domanda: perché alcune esperienze generano così tanta sofferenza? E, soprattutto, cosa può aiutare davvero una persona a stare meglio?
Fu così che la mia sensibilità incontrò la mia curiosità.
Decisi che sarei diventata psicologa.
Non mi bastava voler aiutare le persone. Volevo capire come farlo nel modo più efficace possibile. Volevo studiare il funzionamento della mente, comprendere perché soffriamo, perché ripetiamo gli stessi schemi e quali strumenti permettono davvero alle persone di cambiare.
È stato naturale avvicinarmi alla psicoterapia cognitivo-comportamentale. Cercavo un approccio che unisse curiosità, rigore scientifico e strumenti concreti, perché sentivo che aiutare davvero una persona significasse comprendere il suo funzionamento e offrirle competenze che potesse portare con sé anche dopo la terapia.
